La poesia del tempo è una traccia imperfetta, resti di anima ancorata ai sogni, è un dipinto annebbiato della mente, è una scultura di neve sciolta, è linfa di vita che non muore
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lunedì 25 luglio 2016
domenica 24 luglio 2016
giovedì 21 luglio 2016
lunedì 18 luglio 2016
sabato 16 luglio 2016
giovedì 14 luglio 2016
lunedì 11 luglio 2016
domenica 3 luglio 2016
mercoledì 29 giugno 2016
venerdì 20 maggio 2016
domenica 1 maggio 2016
Trilussa - La ninna nanna de la guerra
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe dun impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo dassassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finché dura sto macello:
fa la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
Trilussa (1914)
martedì 26 aprile 2016
sabato 23 aprile 2016
Peccatores mundi
«E
mi dica, carissima fedele, quando è stata l’ultima volta che ha fatto l’amore
con suo marito?» chiedeva sempre Don Serafino alla signora che lo sbirciava
vergognosa dalla grata del confessionale. Quella domanda era ormai un rito,
come il sorso di vino dal calice benedetto: tutte le donne sposate del piccolo
paese di provincia sapevano a cosa andavano incontro quando decidevano di
concedere gli angoli bui della propria coscienza a quel sacerdote austero,
impeccabile nelle omelie, paterno nell’ascolto, ma ossessivo negli
interrogativi. A certe domande alcune tacevano, recitavano frettolosamente un
atto di dolore e poi fuggivano da quello spazio claustrofobico, buio e
inquisitorio senza essere mondate dei propri peccati, altre rispondevano,
confessavano semplicemente la verità e aspettavano la tanto desiderata
assoluzione: «Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris, et Filii, et
Spiritus Sancti. Amen». Dopo una giornata faticosa dedicata alla
celebrazione della Messa e all’ascolto attento dei peccatores mundi
, don Serafino se ne tornava soddisfatto a casa dove l’attendeva una cena
squisita preparata da Mariuccia la sorella ormai anziana sulla settantina, di
circa cinque anni più grande di lui. La loro convivenza andava avanti ormai da
venti anni dopo che la donna, rimasta vedova e senza figli, aveva deciso di
prendersi cura di quel fratello esemplare, grande saggio ai suoi occhi,
dispensatore di verità indiscutibili alle sue orecchie. Ogni sera leggevano
insieme un passo della Bibbia e Maria si faceva spiegare dettagliatamente il
significato delle sacre parole pronta ad aderire con tutto il cuore alla
missione della sua vita per avere un posto in paradiso, certa che, con la
vicinanza di un fratello di quel calibro, avrebbe superato ogni difficoltà e
tutte le prove demoniache dell’esistenza.
Vincenza
Fava dal racconto Peccatores mundi
giovedì 17 marzo 2016
La poesia è uno sport estremo
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domenica 13 marzo 2016
E se son rose fioriranno
Si sono fidanzati nel giro di
cinque minuti: lei, la biondina un po’ naif e chiacchierona che sul bus conosce
tutti, lui, dimesso e imbarazzato, un po’ disadattato e credulone. Due anime
solitarie, con i propri tic e le nevrosi ereditate da un’infanzia forse vissuta
difficilmente o da un dna giocherellone che non conosce regole. Si sono
accostati così, carnalmente, coi gesti e i baci tipici di un colpo di fulmine,
tanto che tutti sul bus hanno cominciato a gridare: “Bacio, bacio, bacio!” come
nei migliori tradizionali matrimoni borghesi. Solo che qui la borghesia non
c’entra niente, un po’ perché forse nemmeno esiste più e un po’ perché, nel
caso specifico, siamo nell’ambito dell’innocente diversità e, se vogliamo dirla
tutta, i mercanti arricchiti del terzo millennio non conoscono affatto il
candore di due solitudini umane che si comportano come calamite… un più e un
meno, un sorriso e una linguaccia, un bacio e uno scappellotto, un “tirati su
che siamo alla fermata”, un “tirati giù che qui c’è una curva e puoi cadere”.
Prendono e lasciano, s’insultano e si lodano. Nel giro di pochi minuti la
fretta di consumare tutto un rapporto umano, di arrivare velocemente al dunque
delle intese e dei conflitti, senza pudore, senza freni inibitori: come due
bambini che non sanno niente l’uno dell’altro, ma si capiscono al volo e
cercano di sapere immediatamente se si trovano o meno sulla stessa lunghezza
d’onda. Insomma, quel che succede in una coppia nel giro di un anno, lì è
avvenuto in pochi minuti, giusto il tempo di partire da un paese per arrivare a
destinazione in trenta minuti. Come dire, noi ci salviamo, vogliamo sapere
subito se andiamo a sbattere la testa o voleremo in alto tra le nuvole. Ma se sbattiamo il capo,
non vogliamo cure o medicine, la risolviamo immediatamente la questione, un
bacio e uno scappellotto, vediamo… quale gesto dura di più? La risolviamo
subito la questione, ci fidanziamo perché ci va, ci lasciamo perché insieme non
si può stare. Giochiamo dai, la vita è breve e la leggerezza è un toccasana
perché tanto poi ritorniamo a casa, alla nostra solitudine, quella di sempre,
quella che sembra eterna ma… almeno ogni tanto incontra due parentesi, una che
si apre e una che si chiude. Un inizio e una fine; ci spaventa quel che non può
concludersi, ha il sapore eterno della solitudine. E se son rose fioriranno.
Vincenza Fava
martedì 1 marzo 2016
Casa mia
E un essere malinconico mi abita
mi guarda e si rigira in modo strano
soprattutto nei giorni perfetti.
Mi porta sulla collina dei gladioli
a evaporare lacrime.
Ma nessuno può resistere ai profumi
della primavera.
Così lo abbraccerò forte
finché non appenderà
il suo cappello alla porta.
E un odore di bucato
sarà di nuovo casa mia.
mi guarda e si rigira in modo strano
soprattutto nei giorni perfetti.
Mi porta sulla collina dei gladioli
a evaporare lacrime.
Ma nessuno può resistere ai profumi
della primavera.
Così lo abbraccerò forte
finché non appenderà
il suo cappello alla porta.
E un odore di bucato
sarà di nuovo casa mia.
domenica 21 febbraio 2016
L'odissea dell'io beckettiano nell'ultima grande trilogia: oltre la dissolvenza del corpo e della voce
di Vincenza Fava
Nohow on ossia In nessun modo ancora di Samuel Beckett (Einaudi, pag. 100, € 14,50) a cura di Gabriele Frasca.
Compagnia, Mal visto, mal detto e Peggio tutta costituiscono in un certo senso la seconda trilogia romanzesca beckettiana (1981) e quindi l’ultima grande stagione creativa narrativa, dopo Molloy, Malone meurt e L’innomable (1951-1953). Con L’Innomable, il tentativo finale, decisamente fallito (volontariamente), di dar vita, corpo e voce a un tradizionale eroe romanzesco, tra esegesi narrativa e meta letteratura, Beckett era ormai approdato alla grande forma espressiva teatrale estremamente congeniale alla sua inesauribile ricerca di nuove realtà sperimentali - contemporanee in cui i nuovi medium come la radio e la televisione andavano a interagire con il corpo e la voce dell’attore. Eppure Beckett sentiva ancora la necessità di confrontarsi con la scrittura, con il linguaggio per andare, intellettualmente, oltre il semplice significante strategico comunicativo e stereotipato delle parole, e arrivare alla consunzione della costruzione sintattico-grammaticale tradizionale dell’idioma scritto e parlato. “Giunge una voce a qualcuno nel buio. S’immagini. A qualcuno sul dorso del buio”: inizia così Compagnia il primo racconto di In nessun modo ancora. Questo buio indefinibile, potrebbe essere benissimo lo schermo nero di un televisore. Tuttavia non c’è il silenzio assimilabile al nero, ma una voce, un rumore di sottofondo, un corpo steso sul dorso, senza nome, privo di qualsiasi attività mentale. Qui si può benissimo intravedere la filosofia beckettiana intrisa della nota dicotomia cartesiana res cogitans e res extensa, rivista e rigenerata attraverso l’occasionalismo teocentrico del filosofo seicentesco olandese Arnold Geulincx (1624-1669) il quale aveva spinto al limite il dubbio cartesiano e il ricorso a Dio. Per Geulincx solo Dio è causa di tutte le cose, anche il corpo non risponde ai nostri comandi, ma dipende dal volere di Dio, per cui l’uomo non deve far niente altro che seguire la volontà di Dio, esercitando l’umiltà. La sua morale può essere riassunta nella massima: “Ubi nihil vales, ibi nihil velis”. L’uomo deve disprezzare sé stesso (despectio sui) e cercare nella propria interiorità (inspectio sui). Beckett fa però di questa massima l’esempio della passività nichilistica, della tensione verso il vuoto e il nulla, verso l’assenza inverosimile e paradossale della mancanza di movimento e quindi forse di Dio. Tutto parte dalla testa, il cranio, sede presupposta delle nostre facoltà mentali: ma il cervello è quasi completamente annientato e il corpo giace inerme al buio. Perché tutto dipende dalla volontà. Torna a sprazzi il minimo movimento a indicare che ancora c’è vita e possibilità di parola. È impossibile costruire un romanzo basato su una storia, su un intreccio, sul tessuto del tempo narrativo. Beckett a volte traccia degli sputi di immagini: un vecchio, una strada di campagna, i passi nel silenzio, suoni che variano come cadenze ritmiche di un necrologio in fieri. Poi: “Dalla voce una fioca luce s’espande. Quando essa risuona il buio rischiara”, alla voce è associata la luce, portatrice di vita nel buio onnipresente. Luce e buio, voce e silenzio, bianco e nero, sono le coppie coscienziali ed esistenziali amate dallo scrittore. Beckett a volte diventa quasi un anatomista; la descrizione neuro-fisiologica dei movimenti impercettibili del corpo è inevitabilmente associata alle interminabili speculazioni linguistiche. Tutto è trascinato alle sue estreme conseguenze, si raggiunge il limite di ogni possibile situazione attraverso un’immersione continuativa nel dubbio esistenziale-teologico dell’individuo privato dei rapporti umani e gettato nell’inferno schizofrenico del proprio io. La compagnia di un altro essere umano è soltanto un’utopia: “Fino a che alla fin fine tu non senta come stiano cominciando a finire le parole... La favola di qualcuno con te nel buio. La favola di qualcuno che affabula con te nel buio. La favola di qualcuno che affabula di qualcuno con te nel buio. E quanto meglio a conti fatti la fatica persa e il silenzio. E tu come sei sempre stato. Solo”. In Mal visto, mal detto, invece, sembra esserci un seppur minimo abbozzo di storia o perlomeno di immagini: c’è una donna vestita di nero che vaga lentamente in un paesaggio notturno, illuminato solo dalla luna, uno scenario spoglio, desertico, una pietraia bianca. Anche qui una luce fioca, sempre più fioca. Pervade la sensazione dell’attesa (già conosciuta nel capolavoro teatrale En attendant Godot), della sospensione in un purgatorio limbico per cercare di approdare a: “Una radiosa bruma stagnante. Dove dissolversi in paradiso”, il luogo della redenzione ultima e della pace esistenziale associata al nulla, al bianco, al vuoto: “Sospiro della fine. Di sollievo... Il tempo di aspirare questo vuoto. Conoscere la felicità”, come a dire, solo la speranza del non essere può essere d’aiuto all’essere. Quindi: completa solitudine in Compagnia, parvenza di una qualche felicità nichilistica in Mal visto, mal detto. Apparentemente nelle opere beckettiane sembra regnare completamente l’asfissia totale, la mancanza di una possibile salvezza. Eppure in Peggio tutta (ed il titolo già di per sé non indicherebbe niente di buono), Beckett continua a scrivere, la coazione innata di uno scrittore autentico: si torna sempre daccapo, la voce non può fermarsi, deve parlare continuamente, raggiungere il silenzio è impossibile. Inoltre, c’è sempre una fine ma anche un inizio. Il tempo è circolare, nessuna linearità spazio-temporale e il punto d’inizio coincide con il punto d’arrivo escludendo di conseguenza la reale consistenza dello spostamento associato in modo paradossale all’immobilità. Il moto quindi combacia con la stasi in quanto il massimo movimento sarebbe anche la massima quiete. I contrari in Beckett si equivalgono (il caldo minimo corrisponde al freddo minimo, dire tutto è come dire nulla). In Peggio tutta, lo scrittore si spinge al limite della parola, del detto e del non detto, del percepibile e dell’impercettibile fino ad arrivare alla soglia di quell’oltre metafisico cui non riesce a dare una spiegazione. Perché è proprio questa la condizione umana: l’eroe-uomo-personaggio percorre la propria vita come se fosse un’odissea, il periplo eterno della coscienza inconsapevole del mistero esistenziale: “Ai limiti del vuoto illimitato. Oltre cui non oltre. Ottimo peggio non oltre sia. In nessun modo meno. In nessun modo peggio. In nessun modo niente. In nessun modo ancora. Detto in nessun modo ancora”.
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