La poesia del tempo è una traccia imperfetta, resti di anima ancorata ai sogni, è un dipinto annebbiato della mente, è una scultura di neve sciolta, è linfa di vita che non muore
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domenica 21 febbraio 2016
giovedì 3 dicembre 2015
Recensione Binari storti
Recensione di Fabrizio Raccis su Binari storti
http://www.leggereacolori.com/leggere-a-colori/recensione-di-binari-storti-di-vincenza-fava/
lunedì 18 giugno 2012
giovedì 14 giugno 2012
lunedì 11 giugno 2012
Scenari apocalittici ...
Trapani: il Cie della vergogna, violenza tra i cancelli colorati
Il Centro di accoglienza di Milo alla periferia del capoluogo siciliano ospita oltre 200 persone in attesa di identificazione. Non hanno compiuto reati ma dovranno star dentro fino a 18 mesi in condizioni disumane anche se la struttura è recentissima. Scontri, tentativi di fuga, botte e uso degli idranti nelle immagini esclusive girate dagli stessi ospiti con i telefonini(La Repubblica, di RAFFAELLA COSENTINO e ALESSIO GENOVES, 11/06/2012)
Partendo dall'inchiesta di Repubblica uscita stamani ... una riflessione tra letteratura, cinema, fantascienza e profezia poetica ...
V.F
Tra i numerosi
best-sellers della scrittrice inglese P. D. James “I figli degli uomini”
(Mondadori, pagg. 316, € 8,40) si allontana in un certo senso dal
genere detective-story tanto amato dall’autrice per avvicinarsi ai
romanzi di fantascienza (tra i suoi romanzi gialli più amati: “Brividi
di morte per l’ispettore Dalgliesh”, “Una certa giustizia”, “La stanza
dei delitti”, “Un indizio per Cordelia Gray” e “Sangue innocente”). Nel
2006 ne è stato tratto un emozionante film per la regia del messicano
Alfonso Cuarón. Si tratta di un adattamento in quanto molte sono le
differenze tra l’effettivo svolgimento narrativo del romanzo e quello
del film. Gli sceneggiatori quindi si sono ispirati al romanzo ed hanno
apportato numerose modifiche alla storia così com’è stata costruita da
P. D. James. Certamente uno sceneggiatore deve avere il dono della
sintesi e dell’adattamento cinematografico, e in questo caso c’è da dire
che è perfettamente riuscito, ma il romanzo ha il dono dei particolari,
delle parole fluide, dense e del trasporto immaginativo.
Siamo nell’Inghilterra del 2021 (nel film ci spostiamo più avanti di alcuni anni ossia nel 2027): Theo Faron uno storico cinquantenne di Oxford inizia a scrivere un diario. Subito il lettore viene messo di fronte ad una realtà dura, morente, non a caso la prima parte del romanzo s’intitola Omega, l’ultima lettera dell’alfabeto greco e simbolo della fine. Omega sta ad indicare l’ultimo anno di procreazione dell’intera umanità; dopo il 1995 nessuno riuscirà più a mettere al mondo un figlio. Un mondo sterile, condannato all’estinzione. P. D. James riesce a tratteggiare con abile maestria ed ingegnosità narrativa uno scenario catastrofico, apocalittico. La terra sta esaurendo le sue scorte energetiche, non c’è più futuro, non ci sarà un domani sicuro e certo per l’intero pianeta. E Theo Faron il protagonista, cugino di Xan il dispotico governatore d’Inghilterra, riassume il sentimento della perdita e dell’abbandono che l’essere umano prova nel caso in cui la speranza e l’ottimismo non hanno più posto nel mondo: l’apatia, la stanchezza, la depressione, la mancanza di stimoli, l’annullamento della volontà e del desiderio, i sensi di colpa, l’estinzione lenta dell’emozione di vivere. E la cosa che sconvolge di questo romanzo è la sensazione trasmessa che tutto questo potrebbe accadere veramente in un non lontano futuro: i vecchi, peso insostenibile per una società che sta esaurendo le materie prime, sono invitati generosamente a morire con la cerimonia del suicidio collettivo denominata Trapasso, gli immigrati vivono in una sorta di schiavitù e di povertà inimmaginabile, i detenuti vengono allontanati e trasportati su un’isola in cui le condizioni di vita ci ricordano i lager nazisti. E Theo Faron vive una non vita, nel sentimento aberrante di un’impotenza che logora il seppur minimo tentativo di poter esistere a tutti gli effetti. E il confronto con le nostre società attuali è inevitabile: perché agire se tanto poi non cambia nulla? La scrittrice inglese, nota per i suoi romanzi polizieschi, riesce a far riflettere il lettore, lo induce a scrutare dentro di sé, confrontandosi ed immedesimandosi con il protagonista, lo spinge ad osservare l’effettiva realtà circostante in cui è immerso. Tutto sembra perduto, quando, ad un certo punto, avviene il miracolo: Theo Faron si risveglia nel momento in cui incontra un gruppo di ribelli che sfidano il potere del dittatore con la speranza di poter cambiare qualcosa. Sarà in particolare una donna, Julian, a donargli di nuovo la forza di vivere e il coraggio di agire. A sua insaputa Theo sarà chiamato a svolgere una missione salvifica per tutta l’umanità e con questa ha inizio la seconda parte del romanzo intitolata Alfa simbolo dell’inizio e della nascita: Julian è incinta, porta in grembo il futuro dell’essere umano e della sua vita sulla terra. Dalla morte alla vita, dal sentimento apocalittico alla rinascita fisica e spirituale. Dopo una serie di avventure e di incessanti eventi imprevisti, Theo riuscirà nella sua missione cioè salvare Julian ed infine il suo bambino, simbolo di speranza e di amore in un mondo alla deriva.
Oltre al confronto con la realtà in cui viviamo, il romanzo ci dona anche una consapevolezza quasi religiosa e mistica dell’esistenza umana. Il percorso e il sentimento di Thanatos, la morte, fardello (o dono, chi lo sa) incancellabile e perenne, è un mezzo attraverso il quale l’uomo potrebbe faticosamente e coraggiosamente percepire la grandezza e la straordinarietà della vita.
Siamo nell’Inghilterra del 2021 (nel film ci spostiamo più avanti di alcuni anni ossia nel 2027): Theo Faron uno storico cinquantenne di Oxford inizia a scrivere un diario. Subito il lettore viene messo di fronte ad una realtà dura, morente, non a caso la prima parte del romanzo s’intitola Omega, l’ultima lettera dell’alfabeto greco e simbolo della fine. Omega sta ad indicare l’ultimo anno di procreazione dell’intera umanità; dopo il 1995 nessuno riuscirà più a mettere al mondo un figlio. Un mondo sterile, condannato all’estinzione. P. D. James riesce a tratteggiare con abile maestria ed ingegnosità narrativa uno scenario catastrofico, apocalittico. La terra sta esaurendo le sue scorte energetiche, non c’è più futuro, non ci sarà un domani sicuro e certo per l’intero pianeta. E Theo Faron il protagonista, cugino di Xan il dispotico governatore d’Inghilterra, riassume il sentimento della perdita e dell’abbandono che l’essere umano prova nel caso in cui la speranza e l’ottimismo non hanno più posto nel mondo: l’apatia, la stanchezza, la depressione, la mancanza di stimoli, l’annullamento della volontà e del desiderio, i sensi di colpa, l’estinzione lenta dell’emozione di vivere. E la cosa che sconvolge di questo romanzo è la sensazione trasmessa che tutto questo potrebbe accadere veramente in un non lontano futuro: i vecchi, peso insostenibile per una società che sta esaurendo le materie prime, sono invitati generosamente a morire con la cerimonia del suicidio collettivo denominata Trapasso, gli immigrati vivono in una sorta di schiavitù e di povertà inimmaginabile, i detenuti vengono allontanati e trasportati su un’isola in cui le condizioni di vita ci ricordano i lager nazisti. E Theo Faron vive una non vita, nel sentimento aberrante di un’impotenza che logora il seppur minimo tentativo di poter esistere a tutti gli effetti. E il confronto con le nostre società attuali è inevitabile: perché agire se tanto poi non cambia nulla? La scrittrice inglese, nota per i suoi romanzi polizieschi, riesce a far riflettere il lettore, lo induce a scrutare dentro di sé, confrontandosi ed immedesimandosi con il protagonista, lo spinge ad osservare l’effettiva realtà circostante in cui è immerso. Tutto sembra perduto, quando, ad un certo punto, avviene il miracolo: Theo Faron si risveglia nel momento in cui incontra un gruppo di ribelli che sfidano il potere del dittatore con la speranza di poter cambiare qualcosa. Sarà in particolare una donna, Julian, a donargli di nuovo la forza di vivere e il coraggio di agire. A sua insaputa Theo sarà chiamato a svolgere una missione salvifica per tutta l’umanità e con questa ha inizio la seconda parte del romanzo intitolata Alfa simbolo dell’inizio e della nascita: Julian è incinta, porta in grembo il futuro dell’essere umano e della sua vita sulla terra. Dalla morte alla vita, dal sentimento apocalittico alla rinascita fisica e spirituale. Dopo una serie di avventure e di incessanti eventi imprevisti, Theo riuscirà nella sua missione cioè salvare Julian ed infine il suo bambino, simbolo di speranza e di amore in un mondo alla deriva.
Oltre al confronto con la realtà in cui viviamo, il romanzo ci dona anche una consapevolezza quasi religiosa e mistica dell’esistenza umana. Il percorso e il sentimento di Thanatos, la morte, fardello (o dono, chi lo sa) incancellabile e perenne, è un mezzo attraverso il quale l’uomo potrebbe faticosamente e coraggiosamente percepire la grandezza e la straordinarietà della vita.
Vincenza Fava
lunedì 16 aprile 2012
I graffi della luna
http://www.literary.it/dati/literary/f/fava_vincenza/i_graffi_della_luna.html
domenica 8 aprile 2012
Le parentesi dell’esistenza tra il nulla e l’infinito
mercoledì 4 aprile 2012
E.M. Cioran maestro dei paradossi: dall’elogio del suicidio all’affermazione dell’esistenza
Pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1949 il “Précis de décomposition” ovvero il “Sommario di decomposizione” (Ed. Adelphi, pagg. 229, 15 €) del filosofo, saggista e poeta franco-rumeno E.M.Cioran (1911-1995), può essere considerato come un’altisonante summa filosofica del secolo scorso, un bagaglio inesauribile dell’essenza, ancor oggi contaminante, dell’ultima modernità, nel senso che sarebbe impossibile sviscerare completamente tutto il pensiero del grande filosofo con una sola semplice lettura. Il Sommario è il primo di una lunga serie di libri scritti in lingua francese (Sillogismi dell’amarezza, La tentazione di esistere, Storia e utopia, La caduta nel tempo, Il funesto demiurgo, Squartamento, Esercizi di ammirazione, Confessioni e anatemi): dopo aver lasciato la Romania (senza mai più farvi ritorno) nel 1937 per una borsa di studio a Parigi, Cioran decide anche di scrivere in lingua francese, la quale, secondo lui, era la più adatta a dare espressione e forma ai suoi lucidi, sprezzanti, ironici, sarcastici aforismi.
Il Sommario procede come un diario di piccoli poemi in prosa e racchiude, in uno stile che sposa perfettamente la poesia alla filosofia, il lirismo puro alle alte vette di un pensiero ormai snervato, annichilito e osannato all’onnipresente vuoto disumano della civiltà occidentale. Cioran spinge le parole, le vomita, le articola e le coordina con un ritmo frenetico e languido ad un tempo: disfacimento, decomposizione, decostruzione di ogni senso e certezza acquisite. Tutto si sgretola, viene frantumato il buon senso, dissacrati i valori correnti, le ideologie e i fanatismi nefasti del secolo con una violenza che fa tremare e scuotere la coscienza di ogni uomo: “Idolatri per istinto, noi convertiamo in incondizionato gli oggetti dei nostri sogni e dei nostri interessi. La storia non è che una sfilata di falsi assoluti, una successione di templi innalzati a dei pretesti, un avvilimento dello spirito dinanzi all’improbabile”. E lo scrittore raggiunge efficacemente il suo scopo: scrivere è pugnalare al cuore il lettore, significa cioè stravolgere la sua esistenza, trasportarlo verso una consapevolezza nuda della propria miseria (Pascal). Se ogni essere umano si abbandonasse al prodigioso miracolo dello scetticismo, non esisterebbero più le guerre, le stragi e le terribili apocalissi nello spargimento di sangue (come è successo nelle dittature di stampo nazista o comunista): il dubbio è salvifico, induce alla riflessione, all’uso positivo della ragione sulla forza selvaggia di quell’istinto di potere, germe fatale di ogni ideologia, di ogni assoluto (il primo assoluto di cui dubitare è proprio Dio) che conduce e condurrà l’umanità alla sua completa autodistruzione. Cioran è simile ad un profeta che paradossalmente denuncia sé stesso e la mania di profetare, di parlare e di sentenziare insita nell’uomo: "In ogni uomo sonnecchia un profeta, e quando si risveglia c’è un po’ più di male nel mondo … La mania di predicare è così radicata in noi che emerge da profondità ignote all’istinto di conservazione. Ognuno attende il suo momento per proporre qualcosa: qualsiasi cosa. Ha una voce e tanto basta. Paghiamo caro il fatto di non essere né sordi né muti ..."
Cioran scrive nel periodo dell’engagement parigino, un impegno sociale che lui evita volontariamente, vivendo una vita provata da ristrettezze economiche e trovandosi agli antipodi di un engagé come Sartre: l’inquietudine della solitudine, la sublimità della malinconia, il pessimismo cosmico (amava profondamente Leopardi), l’anelito mistico sciolto da ogni forma di religione e gli alti voli del lirismo lo collocano su di un piano intellettuale individualistico, non sinistroide, avulso da ogni forma di pensiero ideologico ed assolutista. Il grande pensatore parla di tutto e di tutti, non esclude nulla, ma tutto parte dalla sua forza interiore, dalla volontà e dal coraggio di essere un uomo solo con sé stesso. È affascinato dalla morte: "Perseveriamo nella vita proprio perché essa non si regge su nulla, perché non ha neanche l’ombra di un argomento. La morte è troppo esatta: ha tutte le ragioni dalla sua … A forza di cumulare misteri inconsistenti e di monopolizzare il non senso, la vita ispira più paura della morte: è lei il grande ignoto". Tuttavia da questo elogio ne consegue un paradosso; al lettore attento non sfuggirà l’amore per la vita. E il tema del dolore dell’essere nati, di vivere qui e adesso come se l’uomo dovesse nascere e vivere per espiare una colpa, ricorre spesso (e lo ritroveremo in seguito nella filosofia dell’assurdo, in particolare nelle opere di Samuel Beckett): "Quale peccato hai commesso per nascere, quale colpa per esistere? Il tuo dolore, al pari del tuo destino, è senza motivo". Cioran avanza tenacemente nelle disillusioni fino a toccare il fondo con l’apologia del suicidio: "Poter disporre totalmente di sé stessi e rifiutarsi di farlo: c’è forse dono più misterioso? La consolazione attraverso il suicidio possibile allarga infinitamente lo spazio di questa dimora in cui soffochiamo". Eppure il filosofo, nonostante tutti i suoi momenti di profonda disperazione, portata sempre all’estremo ed oltre ogni apparente ragionevolezza, non si suiciderà mai perché: "Nati in una prigione, con fardelli sulle spalle e sui pensieri non arriveremmo al termine di un solo giorno se la possibilità di farla finita non ci incitasse a ricominciare il giorno dopo …". La possibilità del suicidio ossia la possibilità di essere completamente padroni della propria vita fino alle più estreme conseguenze, è l’unica risposta all’esistenza, la sola ragione per esistere. E chi leggerà il libro con l’intento di giustificare il proprio anelito alla morte, ne uscirà ancor più convinto della vita: la salvezza del paradosso. Il nulla, il vuoto, l’amarezza e la stanchezza del vivere condurranno Cioran, sempre ed inevitabilmente, a continuare il viaggio dell’esistenza. Questa è l’unica morale, il solo sentimento etico della vita: dal nulla risalire al tutto, un tutto che non è l’assoluto tanto deprecato, è invece il misticismo del dubbio che rende dignitoso l’essere umano gettato a sua insaputa nel mondo e nella sua infima miseria.
Vincenza Fava
domenica 18 marzo 2012
Terza tappa per Mezzogiorno dell’animo a Messina il 13 aprile 2012
Venerdì 13 aprile 2012 a Messina, presso Palazzo Zanca – Salone delle Bandiere – ore 17.30, è stato fissato il terzo appuntamento con Mezzogiorno dell’animo, ultima pubblicazione di Enrico Pietrangeli con alcuni episodi di narrativa breve alternati alla poesia. Flavia Buldrini lo descrive come una “vertigine di dolore, il picco di canicola del sole al meriggio che abbaglia e stordisce” nell’impatto che se ne ha a partire dal titolo. Il libro, che lo scorso 23 febbraio è stato presentato ufficialmente per la prima volta a Padova con Luciano Nanni, il 10 marzo è approdato anche nella città di Nettuno con un intervento di Simona Cigliana. Con l’incontro siciliano in programma, a cura dell’Associazione Culturale Kafka di Messina, è previsto un intervento dell’artista messinese Vittoria Arena nel già avviato percorso di un libro che, fin dal suo esordio, ha già coinvolto diverse figure femminili nell’approccio critico. Insieme a lei interverrà la giornalista e operatrice culturale Vincenza Fava nonché sarà presente anche l’autore. Coordinerà l’evento Andrea Ingemi che, così come è già accaduto a Padova attraverso il coinvolgimento di alcuni artisti che hanno preso parte ai più recenti giri ciclo-poetici svoltisi nel Nord Italia, anche qui ricollegherà radici e percorsi di un “ciclo” attraverso le prime rassegne del Sicilia Poetry Bike, manifestazione svoltosi nell’Isola nel corso delle stagioni 2008 e 2009. È questo un libro, infatti, che coincide con scritti realizzati perlopiù sull’onda della chiusura ufficiale del quarto Giro ciclo-poetico del 12 agosto 2011, evento posto a suggello delle tappe di bicicletta e poesia, così come riportato nella stessa introduzione dell’opera. Un “ciclo” che ritorna, scandito da versi, in più parti del libro, e che, fin dal 2007, vede l’autore impegnato nella realizzazione prendendo spunto dalla figura di Olindo Guerrini ed alcune pubblicazioni ciclo-turistiche come Un’avventura su due ruote: da Rimini ai Carpazi in mountain-bike di Massimo Gugnoni. “Nel Proemio la ruota filosofica del pensiero occidentale, con reminescenza neoplatonica, è annunciata e suona come una profezia, oltre che intento poetico: Con ciclo inverso e diverso / altra ruota girerà sul verso, / l’incompiuto giro d’una pausa / in attesa di un moto perfetto” scrive Marzia Spinelli in una sua recensione dedicata al testo. Saranno ospiti dell’evento diversi artisti siciliani, tra cui Maria Costa, che intratterrà i presenti con un suo intervento sulle tradizioni dell’Isola, e il duo arpistico Sabrina e Simona Palazzolo, che si alternerà ad alcune letture dei testi previste con l’attore e regista messinese Nico Zancle. Mezzogiorno dell’animo è, in sintesi, un libro che si sviluppa con una tematica portante amorosa. All’amore, a cui corrisponde un’iniziazione al dolore in dodici sezioni, si giunge indagando su più piani e diversi punti di osservazione che sfociano in un consapevole aspetto religioso per mezzo di un’impietosa analisi chirurgica, condotta con animus per un’anima travolta e nondimeno in evoluzione; un percorso arricchito anche da nessi filosofici e persino, a tratti, esoterici. “Una sorta di percorso dialettico dello spirito, un procedimento quasi ‘hegeliano’ nella gradualità lineare dei suoi passaggi che attraverso il confronto dell’anima con i suoi moti giunge alla consapevolezza del dolore”, così come lo interpreta in una nota di lettura Sabina Mitrano. Questo incontro è patrocinato dall’Associazione Culturale CicloInVerso, da Literary.it – Sistema letterario italiano e dal Sindacato Nazionale Scrittori, inoltre è stato organizzato e sostenuto col contributo dell’Associazione Culturale Kafka di Messina Tel. 3384125919 e de Le Case Pinte – viale della Libertà, 251 – Messina www.lecasepinte.com Tel. 090362409.
giovedì 2 febbraio 2012
Mezzogiorno dell’animo debutta a Padova il prossimo 23 febbraio 2012
Mezzogiorno dell’animo è la recente silloge poetica, che include anche una sezione di narrativa breve, realizzata da Enrico Pietrangeli e pubblicata alla fine del 2011 dalla CLEUP di Padova. Giovedì 23 febbraio 2012, alle ore 18, verrà presentata per la prima volta ufficialmente alla Libreria Zannoni di Padova in Corso Garibaldi - 21 (ang. Largo Europa). L’evento, realizzato con la collaborazione del Gruppo letterario “Formica nera”, prevede un intervento critico sull’opera di Luciano Nanni. Sarà presente, per l’occasione, anche l’autore che leggerà alcuni testi estrapolati dal libro. Un ulteriore intervento critico prevede anche la partecipazione della giornalista e operatrice culturale Vincenza Fava. Ci saranno, inoltre, due dei principali protagonisti delle manifestazioni ciclo-poetiche svoltesi nel corso dell’ultimo biennio, ovvero Andrea Bisighin, poeta che trova il suo campo espressivo nella bicicletta e co-organizzatore di CicloInVersoRoMagna 2011, nonché Giulia Penzo, scrittrice e collaboratrice per l’area veneta sia con CicloPoEtica 2010 che con CicloInVersoRoMagna 2011. Entrambi raccorderanno interventi mirati dalle sopramenzionate manifestazioni al libro stesso che nasce, non a caso, dall’epilogo agostano dell’ultima rassegna. Si tratta infatti di un libro che coincide con scritti realizzati, perlopiù, sull’onda della chiusura ufficiale della manifestazione dello scorso 12 agosto 2011, evento svolto a conclusione delle tappe di bicicletta e poesia, così come riportato nella stessa introduzione dell’opera. Un “ciclo” che parte da un altro biennio, quello realizzato in Sicilia, e ritorna, scandito con versi, in più parti del libro. “Con ciclo inverso e diverso, / altra ruota girerà sul verso,/ l’incompiuto giro d’una pausa / in attesa di un moto perfetto” esordisce il testo nel suo proemio. A seguire viene riportata una breve nota di lettura al libro realizzata da Liliana Arena dove, Amore e Fede, vengono posti in evidenza quali “viatici di guarigione”: “In Mezzogiorno dell’animo Enrico Pietrangeli sviscera il dolore, lo sventra e lo ricompone cercandone l’intima essenza e lo fa in prima persona, a testimonianza di un vissuto ‘esperito’ sulla propria pelle, analizzandone ogni possibile sfaccettatura, per poi giungere alla catarsi. L’autore comincia dall’atteggiamento di chi nega la possibilità di conoscerlo, mostrandosi indifferente ad esso, per poi seguirlo nella sua metamorfosi, fino a parlare di ‘contrappunto’ del dolore, penetrando la giustapposizione di più ‘melodie’ dal cui sconvolgimento simultaneo si ingenera un unitario e armonioso discorso ‘musicale’, per rimanere nell’ottica della metafora da lui utilizzata. Ne scandaglia l’anamnesi, le fobie, gli scherzi, l’esegesi, fino al suo epilogo. Pietrangeli respira il dolore alla ricerca di un baluardo esistenziale, che egli intravede nell’Amore e nella Fede, viatici di guarigione e ai quali approda, utilizzando un linguaggio poetico che nasce da uno stato emozionale e si trasforma, spaziando dalle assonanze alle figure grammaticali e retoriche in tutte le loro sfumature, dimostrando sapienza, pienezza, ricchezza e originalità di linguaggio espressivo”.
giovedì 13 ottobre 2011
L'odissea dell'io beckettiano nell'ultima grande trilogia: oltre la dissolvenza del corpo e della voce
Per tutti gli appassionati del grande scrittore e drammaturgo irlandese Samuel Beckett (1906-1989), premio Nobel nel 1969, è uscita la traduzione italiana di “Nohow on” ossia “In nessun modo ancora” (Einaudi, pag. 100, € 14,50) a cura di Gabriele Frasca. Compagnia, Mal visto, mal detto e Peggio tutta costituiscono in un certo senso la seconda trilogia romanzesca beckettiana (1981) e quindi l’ultima grande stagione creativa narrativa, dopo Molloy, Malone meurt e L’innomable (1951-1953). Con L’Innomable, il tentativo finale, decisamente fallito (volontariamente), di dar vita, corpo e voce ad un tradizionale eroe romanzesco, tra esegesi narrativa e meta letteratura, Beckett era ormai approdato alla grande forma espressiva teatrale estremamente congeniale alla sua inesauribile ricerca di nuove realtà sperimentali - contemporanee in cui i nuovi medium come la radio e la televisione andavano ad interagire con il corpo e la voce dell’attore. Eppure Beckett sentiva ancora la necessità di confrontarsi con la scrittura, con il linguaggio per andare, intellettualmente, oltre il semplice significante strategico comunicativo e stereotipato delle parole, ed arrivare alla consunzione della costruzione sintattico-grammaticale tradizionale dell’idioma scritto e parlato. “Giunge una voce a qualcuno nel buio. S’immagini. A qualcuno sul dorso del buio”: inizia così Compagnia il primo racconto di In nessun modo ancora. Questo buio indefinibile, potrebbe essere benissimo lo schermo nero di un televisore. Tuttavia non c’è il silenzio assimilabile al nero, ma una voce, un rumore di sottofondo, un corpo steso sul dorso, senza nome, privo di qualsiasi attività mentale. Qui si può benissimo intravedere la filosofia beckettiana intrisa della nota dicotomia cartesiana res cogitans e res extensa, rivista e rigenerata attraverso l’occasionalismo teocentrico del grande filosofo seicentesco olandese Arnold Geulincx (1624-1669) il quale aveva spinto al limite il dubbio cartesiano e il ricorso a Dio. Per Geulincx solo Dio è causa di tutte le cose, anche il corpo non risponde ai nostri comandi, ma dipende dal volere di Dio, per cui l’uomo non deve far niente altro che seguire la volontà di Dio, esercitando l’umiltà. La sua morale può essere riassunta nella massima: “Ubi nihil vales, ibi nihil velis”. L’uomo deve disprezzare sé stesso (despectio sui) e cercare nella propria interiorità (inspectio sui). Beckett fa però di questa massima l’esempio della passività nichilistica, della tensione verso il vuoto e il nulla, verso l’assenza inverosimile e paradossale della mancanza di movimento e quindi forse di Dio. Tutto parte dalla testa, il cranio, sede presupposta delle nostre facoltà mentali: ma il cervello è quasi completamente annientato e il corpo giace inerme al buio. Perché tutto dipende dalla volontà. Torna a sprazzi il minimo movimento ad indicare che ancora c’è vita e possibilità di parola. È impossibile costruire un romanzo basato su una storia, su un intreccio, sul tessuto del tempo narrativo. Beckett a volte traccia degli sputi di immagini: un vecchio, una strada di campagna, i passi nel silenzio, suoni che variano come cadenze ritmiche di un necrologio in fieri. Poi: “Dalla voce una fioca luce s’espande. Quando essa risuona il buio rischiara”, alla voce è associata la luce, portatrice di vita nel buio onnipresente. Luce, buio, voce, silenzio, bianco, nero, sono le coppie coscienziali ed esistenziali amate dallo scrittore. Beckett a volte diventa quasi un anatomista; la descrizione neuro-fisiologica dei movimenti impercettibili del corpo è inevitabilmente associata alle interminabili speculazioni linguistiche. Tutto è trascinato alle sue estreme conseguenze, si raggiunge il limite di ogni possibile situazione attraverso un’immersione continuativa nel dubbio esistenziale-teologico dell’individuo privato dei rapporti umani e gettato nell’inferno schizofrenico del proprio io. La compagnia di un altro essere umano è soltanto un’utopia: “Fino a che alla fin fine tu non senta come stiano cominciando a finire le parole.… La favola di qualcuno con te nel buio. La favola di qualcuno che affabula con te nel buio. La favola di qualcuno che affabula di qualcuno con te nel buio. E quanto meglio a conti fatti la fatica persa e il silenzio. E tu come sei sempre stato. Solo”. In Mal visto, mal detto, invece, sembra esserci un seppur minimo abbozzo di storia o perlomeno di immagini: c’è una donna vestita di nero che vaga lentamente in un paesaggio notturno, illuminato solo dalla luna, uno scenario spoglio, desertico, una pietraia bianca. Anche qui una luce fioca, sempre più fioca. Pervade la sensazione dell’attesa (già conosciuta nel capolavoro teatrale En attendant Godot), della sospensione in un purgatorio limbico per cercare di approdare ad: “Una radiosa bruma stagnante. Dove dissolversi in paradiso”, il luogo della redenzione ultima e della pace esistenziale associata al nulla, al bianco, al vuoto: “Sospiro della fine. Di sollievo…Il tempo di aspirare questo vuoto. Conoscere la felicità”, come a dire, solo la speranza del non essere può essere d’aiuto all’essere. Quindi: completa solitudine in Compagnia, parvenza di una qualche felicità nichilistica in Mal visto, mal detto. Apparentemente nelle opere beckettiane sembra regnare completamente l’asfissia totale, la mancanza di una possibile salvezza. Eppure in Peggio tutta (ed il titolo già di per sé non indicherebbe niente di buono), Beckett continua a scrivere, la coazione innata di uno scrittore autentico: si torna sempre daccapo, la voce non può fermarsi, deve parlare continuamente, raggiungere il silenzio è impossibile. Inoltre, c’è sempre una fine ma anche un inizio. Il tempo è circolare, nessuna linearità spazio-temporale e il punto d’inizio coincide con il punto d’arrivo escludendo di conseguenza la reale consistenza dello spostamento associato in modo paradossale all’immobilità. Il moto quindi combacia con la stasi in quanto il massimo movimento sarebbe anche la massima quiete. I contrari in Beckett si equivalgono (il caldo minimo corrisponde al freddo minimo, dire tutto è come dire nulla). In Peggio tutta, lo scrittore si spinge al limite della parola, del detto e del non detto, del percepibile e dell’impercettibile fino ad arrivare alla soglia di quell’oltre metafisico cui non riesce a dare una risposta. Perché è proprio questa la condizione umana: l’eroe-uomo-personaggio percorre la propria vita come se fosse un’odissea, il periplo eterno della coscienza inconsapevole del mistero esistenziale: “Ai limiti del vuoto illimitato. Oltre cui non oltre. Ottimo peggio non oltre sia. In nessun modo meno. In nessun modo peggio. In nessun modo niente. In nessun modo ancora. Detto in nessun modo ancora”.
Vincenza Fava
Vincenza Fava
giovedì 6 ottobre 2011
Anemos di Mirna Manni
Sabato 10 settembre alle ore 18.00 ai Magazzini della Lupa di Tuscania grande successo per il vernissage della personale “Anemos” di Mirna Manni, con l’intervento del critico d’arte Luciano Marziano. L’artista tuscanese, dopo alcuni anni e dopo aver partecipato a varie manifestazioni in tutta Italia, ritorna ad esporre nel proprio paese con una mostra intensa e densa di significato. Mirna Manni ci propone una serie di sculture in argilla, elemento materico a lei più affine, che ci avvicina ai quesiti fondamentali dell’esistenza umana e ci conduce ad una interpretazione misterica dello Spazio e del Tempo attraverso un dialogo continuo tra forme piene e forme vuote, tra vita e morte, tra presenza ed assenza, tra bianco e nero. Partendo da una “nuvola di bozzoli bianchi”, l’artista ci accompagna visivamente nell’universo delle sue creazioni, parvenze ed immagini della propria anima, in cui la Natura, intesa come principio ed origine di ogni cosa, ha un ruolo predominante. Il bozzolo e poi il seme chiuso, simbolo della vita in fieri, attendono la metamorfosi, lo schiudersi repentino e fragile di un’esistenza che trova nel respiro la certezza dell’esser-ci. Di qui le forme piene appese rigonfie di alito vitale reso magicamente dalla sospensione e dalla leggerezza di un impercettibile movimento dei fili che sostengono precariamente la “nostra vita quotidiana” affidata simbolicamente ad una inquieta semi-stasi che attende la trasformazione di una Morte resa matericamente e spazialmente da forme sgonfie declinate al suolo. Questo apparente dualismo binario delle forme si ritrova nei pannelli con sculture bianche e nere, dove il bianco è metafora della pienezza assoluta della luce e quindi della vita, mentre il nero assoluto è simbolo della morte e quindi del Nulla, del vuoto. Apparente dualismo perché in fondo l’artista con le sue sculture intende comunicarci l’unione imprescindibile di vita e morte nella loro mistica e misteriosa ciclicità; di qui il senso di una profonda appartenenza dell’esistenza al divenire e alla melodiosa poetica dell’eterno ritorno. Le sculture di Mirna Manni possiedono lo spazio oscillando e sospendendo ogni forma di giudizio, suggeriscono incontri con il proprio vissuto, sono intrise di gioia, di dolore e soprattutto di memorie. I ricordi, fondamento principale di ogni certezza esistenziale, diventano oggettuali, s’incarnano nella materia, nella creazione di forme surreali che invitano lo spettatore a proiettare il visivo nello spazio della propria interiorità per scrutarsi e quindi scrutare il meraviglioso dono della vita, soffio di leggerezza spirituale e altrettanto pesante sgomento nel decadimento della carne. Eppure la speranza della luce è sempre sottesa, è sempre unita alla visione di una Luce finale che abbaglia e gratifica il doloroso cammino dell’essere umano, viaggiatore e nomade in un mondo enigmatico, incomprensibile alla nostra mente. Ed è proprio l’artista, l’artigiano, il creatore di nuove rivelazioni emozionali che può cercare di restituire un significato fecondo alle domande poste dalla “persona”, dalla maschera che avvolge quell’involucro sacro che è il nostro corpo. In questa nuova e struggente mostra, la scultrice, all’infinito amore per gli elementi naturali tramutati in sensuali argille fiorite (un erotismo panico che attraverso l’uso della terra ci avvicina ad una attrazione atipica verso ogni profilo esistenziale), aggiunge una meticolosa ricerca sul corpo e sulla mente umana: sezioni anatomiche, maschere di volti cesellati e inscritti in contenitori materici. Mirna Manni dialoga con sé stessa rendendoci partecipi delle sue intuizioni: il filo della memoria lega ogni vicissitudine, ogni evento che sorprende nella sua inquietante casualità. Impermanenza e precarietà trovano nei ricordi affettivi un punto d’incontro con l’essenza dell’anima stessa. Il viaggio dell’artista è proteso alla decantazione dei propri residui inconsci per poi esternarli e renderli contenuti profondi di eterea bellezza. Contenuti visivi che rispecchiano le emozioni, i pensieri e i dubbi esistenziali di ogni essere umano. La risposta è solo nella Bellezza delle creazioni di Mirna Manni, una sapiente scultrice che riesce ad ammaliare lo sguardo e lo spirito di chi sa vedere oltre l’apparenza delle Forme. Mail: magazzinidellalupa@libero.it
Vincenza Fava
Maurizio Gregorini torna alla poesia con “L’odore del nulla o l’eresia del Cristo scomposto”
Dopo nove anni il poeta, scrittore e giornalista Maurizio Gregorini torna con un inedito volume poetico: “L’odore del nulla o l’eresia del Cristo scomposto” (Ed. del Cardo, pag. 109, € 8,00). La composizione, di grande impatto filosofico, artistico ed emotivo, si pone come un dialogo tra il poeta ed un Cristo umanizzato, involucro e seme del volere divino. Una rilettura personale e soggettiva del rapporto tra l’essere umano e l’Altro inesplorato, sintesi dei dolorosi conflitti individuali che caratterizzano la condizione umana. Qui sta l’eresia, dal greco αἱρέω (hairèō, "afferrare", "prendere" ma anche "scegliere" o "eleggere"); il poeta , nella libertà di simboli e metafore raffinate, compie una scelta che si concretizza nell’atto coraggioso di un’estrema ribellione ai dogmi e alle certezze mistificanti della omologante e “pulita civiltà cattolica” intransigente nei confronti della Differenza che lo rende: “Solo e guasto/ nel mio diverso amore” a cui si unisce la rivolta contro una semi-divinità che attraverso la crocifissione ha sedotto l’uomo con la sua dolorosa gloria, frutto del potere dittatoriale di un Dio sconosciuto. La poesia di Gregorini è altamente simbolica e ci travolge per la qualità e la forza delle visioni attraverso un istinto mistico ed erotico che porta l’uomo-poeta a desiderare il patibolo della croce e la sofferenza della carne in una immedesimazione costante con il corpo dell’amato. Nell’ouverture, l’anafora accentua il grido doloroso e lo scontro con il mondo circostante: “Voi mi volete muto. Voi mi volete mutilato. Voi tagliate la mia parola con la lingua dell’odio”. Il poeta scompone, de-costruisce il corpo di Cristo; dipinge e disegna, con le parole, un ritratto rovesciato, scomposto, appunto, al fine di dare una nuova visione della rivelazione in un’estasi meravigliata e turbata, dolente e matura che si fa grido di straziante dolore nell’universo per l’impossibilità di comprendere un disegno divino che include la presenza del Male, non solo nel mondo, ma anche all’interno della Chiesa stessa. Non esiste il peccato, ma solo una convergenza di due opposti (Male e Bene) che si risolvono nell’atto estremo della morte, ultimo ed ineluttabile approdo per un’umanità soggiogata eternamente da “finte rivoluzioni”, mistificazioni cristiane dell’autenticità religiosa. L’immutabilità, la stasi del Credo cristiano è combattuta in una lotta all’ultimo sangue contro un Corpo di cui si nutre il poeta nell’atto sommo dell’Eucarestia, connotata da simboli erotici come la “penetrazione”, intuita come emanazione della carne che si fa carne nell’Altro-da-sé. Nella civiltà occidentale la sofferenza è concepita come separazione dall’amato, è restare inchiodati all’impossibilità di unirsi fisicamente all’oggetto del proprio desiderio. Maurizio Gregorini partendo dal sentimento dell’impossibilità, sopraggiunge alla greca eroicità dell’agonismo (Nietzsche), alla morte dell’Altro, alla crudeltà di una vita più forte del male stesso. Le “dita spezzate” di Cristo, simbolo dello Spirito Santo, hanno “cancellato l’origine del gesto folle nell’universo”. La morte di Gesù permette la vita di Dio, il sacrificio riassume la volontà di un’entità carnefice che annega nell’agognato “nulla”. Qui il poeta si avvicina alle estasi mistiche di M. Eckhart, predicatore incompreso del “nulla” e del “fondo dell’anima”, processato e condannato dalla Chiesa per eresia. Per arrivare a Dio, afferma Eckhart, è necessario isolarsi, spogliarsi di tutto, dell’intelletto e di Dio stesso per non essere un semplice imitatore di Cristo, ma Cristo stesso partecipe della divinità: “Io sono nulla. Non riempio quesiti/… ma smorzarmi nell’agonia!/ … vivere cosciente e felice/ il bacio di una bocca morente!” scrive il poeta. Il distacco perfetto, intuito da Gregorini come “morte” simbolica dopo un’estenuante “guerra” che è la vita, ci rende simili a Dio, al di sopra del bene e del male, del piacere e del dolore: “Che tu sia la benedetta, Morte,/poiché togli vita al mondo/ aprendo la resurrezione/ agli occhi dell’infinito”. L’approdo al Nulla è il ricongiungimento con l’infinito, ma fino alla fine, in una serie di avvincenti enjambements, la lotta non ha termine: “Mai sazio di stuzzicarti/ di umiliarti fino al delirio./ Finché non mi ricondurrai/ con te, nella pace del Nulla”. “L’odore del nulla o l’eresia del Cristo scomposto”, è a nostro parere, un capolavoro della poesia contemporanea, erede ed innovatrice ad un tempo della filosofia post-moderna. Il concetto dell’eresia quale apertura ad una lettura diversa della religio cristiana si ripropone al lettore, libero di individuare nel testo le tracce più consone alla propria sensibilità.
Vincenza Fava
Vincenza Fava
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