Binari storti

Binari storti
Binari storti (LietoColle, 2015)
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martedì 6 agosto 2013

I colori dei sogni

Non mi sorprende l'arroganza del giusto né di chi ti stringe la mano senza guardarti negli occhi. Non mi sorprende il veleno delle frustrazioni, la pantomima dell'ipocrita, le domande dell'impertinente, le sassate del vicino, la boria dell'indecenza. Mi sorprende il sorriso dell'ingiusto, di chi resta in un angolo a sognare l'Eden che verrà e fa fatica ad immaginare un mondo migliore perché un mondo migliore è difficile da costruire: è necessaria una buona dose di coraggio, il sacrificio del pensiero, la deragliante probabilità del rifiuto e catene che si spezzano al suono di un flauto magico. E questo non arrendersi mai, questo uscire continuamente fuori dai binari già predisposti parallelamente per evitare incroci sorprendenti sui percorsi creati dai sogni. Il sogno è pericoloso, meglio ucciderlo subito, non darà più fastidio al potere dei pochi che si cibano come cannibali delle speranze altrui per digerire poi solamente se stessi risputando un vuoto che deborda nella cornice aperta del futuro. Il futuro è una tela bianca appesa alla parete e ognuno può dipingerci sopra ciò che vuole: chi dipinge il pane per riempirsi di lievito, chi dipinge il mare per arrivare al cielo, chi dipinge un vestito nuovo per coprire i nei dell'anima, chi dipinge una casa per avere un morbido cuscino su cui distendere le fragili ossa stremate dall'umidità, chi disegna un orologio per ripararsi dalla fretta del Tempo e chi disegna continuamente la Notte per acciuffare il Giorno. Ed è sempre questione di arte, di creazione incondizionata al di là delle contingenze quotidiane. La Vita è questo tracciato continuo di segni sul bianco della speranza, è una metamorfosi di colori sul bianco dell'assenza, è una sfumatura di gentilezza sul candore della presenza. Le linee cambiano direzione, i colori si amalgamano e ogni volta nuove figure si delineano all'orizzonte, in prospettiva... infinite combinazioni. Questi sono i sogni, hanno la certezza del probabile, la vittoria di un ipotetico incontro con le ali di un gigante.

Vincenza Fava



 
 
 
Lucio Battisti - Umanamente uomo: il sogno
 
Umanamente uomo, perchè?
Serenamente solo, perchè?
Senza ambizioni vivo..
un sogno.
Mentre l'uomo si distruggerà,
scalando vette altissime,
incoscientemente stroncherà
ogni umano verbo.
E sarà distrutto così...
ogni sogno.
 
 
 

mercoledì 5 dicembre 2012

My Little Italy


"Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce". 

(L.F. Céline)


Stamani la strada era bianca, densa, emulsionata a candide gocce edulcorate dal grigio di quella cenere che stancamente si posa sul viaggio del ritorno, quando ti attende un pasto caldo tra le mormoranti voci di un presente assente. Stamani la strada era nuova, abbracciata dal freddo, dipinta dagli ombrelli colorati dei ragazzi che non erano andati a scuola, pervasi da una speranza nuova aggrappata al sodalizio dell'età. E quegli occhi ancora parlano di speranze come i gesti istintivi che simulano i sorrisi del corpo, quando tutto risuona, anche l'eco del domani. My Little Italy I love you, my Little Italy don't forget me e ... come già si sa, il ricordo trasforma i volti e le sembianze perché tu, quella speranza non la doni, la esigi senza restituzione, senza contraccambiare il bacio vellutato della poesia. Ancora ci attende un pasto caldo, lenzuola profumate di fresco e notti da bere, ed io, ancora esisto di fronte allo specchio, ogni mattina e forse dovrei ringraziare il Signore degli anelli, dagli Elfi del mondo incantato al buon Frodo che rincorre un rudere d'oro, che mi fanno ingurgitare pozioni giornaliere di fantasia. O forse dovrei ringraziare le dosi di una pubblicità perbenista e borghese che m'allieta di canti natalizi la memoria di un Natale condiviso tra panettoni e torroni, tovaglie e lustrini, alberi e presepi senza il filo dell'amore, l'unico collante che potrebbe risanare le scuciture improvvise di una crisi che coinvolge anima e corpo, pensiero e parola.

Ed io che sono donna non mi racconto come donna, raccontare di donne non è facile, parlare dell’essere donna oggi ancora più difficile. Stalker e mobbing,  ricatti e vendite di nude proprietà continuano a imperversare nel tessuto imprenditoriale di stampo familiare che è divenuto il ghetto di un falso progressismo, metamorfosi involuta di una borghesia senza più mezze misure in cui il Padrone di turno regge pur sempre le fila delle sue splendide marionette. Non è più l’epoca della rivendicazione dei diritti dell’operaio sfruttato per 12 ore di seguito e sottopagato, è l’epoca della rivendicazione dei diritti universali, del diritto allo studio e al lavoro, ad una casa ormai inaccessibile alla maggior parte della popolazione se non vendendo il tempo di una vita alle banche padrone di un debito eterno inestinguibile, ad un tasso di estrema dis-umanizzazione.  Siamo tutti prede del sistema, siamo pesci in bocca ai pescecani, ovunque andiamo abbocchiamo all’amo per non annegare e sperare di rivedere la superficie infarciti di serate in discoteca, pizze e arancini, happy-hour matematicamente proporzionati ad un etto di felicità, concerti esplosivi e cine-panettoni senza stelle di Natale. Tuttavia, la morte che si prospetta è molto più lenta ed agonizzante perché riguarda lo spirito di una libertà offesa e mutilata: l’amo trascina e non si ferma, non ti permette più di nuotare, di qui il passo è breve per arrivare ad una falsa cultura che fa da specchio alla menzogna dell’anima. I compromessi sono molti, troppi e affaticano lo spirito, indeboliscono la volontà e annullano il giusto divario che dovrebbe esistere tra il Bene e il Male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato mentre si persegue ormai l’ottica dell’egoismo e dell’arrivismo senza limiti, come dire “Oggi tocca a me, io sto bene, ho un lavoro, una bella casa e una bella famiglia, chi me lo fa fare a protestare, denunciare, a smascherare, a oppormi … tanto non serve a nulla, devo preservarmi e preservare i miei affetti”. Ebbene questa bella frase viene pronunciata ogni giorno da milioni di Italiani, My Little Italy, dal poliziotto che massacra un ragazzino, dal dentista che spera ogni giorno in carie sempre più marcate, dal critico letterario che osanna il vincitore del concorso di turno, dal medico che cura un’eventuale psiche offesa e ricambia con la prescrizione di farmaci-droga. E così, s’ingurgitano pillole perché la depressione è ormai incurabile non sapendo che s’ingurgitano confetti di impotenza e rassegnazione. La grande epoca della depressione, della mancanza di volontà opposta alla frenesia dell’avere e dell’apparire. Comunque un binario ormai distorto, in ambedue i casi manca il paletto fermo del termine Umano, donna o uomo che sia. E qui cade anche l’Uomo, cade nella sua incapacità di confrontarsi a 360°, cade perché non conosce il divenire e si adegua fermandosi alla femminilizzazione estetica della Forma. Così i ruoli si confondono e tutto scivola paradossalmente nel magma dell’a-morfismo, senza più tracce di una autentica realizzazione interiore. Per di più ci si getta “anima” e corpo alla ricerca della vera essenza, adottando nuove religioni e pratiche orientali di stampo new-age per rilassare la mente e scovare quel Terzo occhio indisciplinato che non se la sente di uscire allo scoperto perché finirebbe senza se e senza ma nel calderone del Nulla, nella fusione indistinta dell’impotenza architettonica dell’agire. Il termine “umano” è poi così demodé?

Stamani la strada era bianca, non vuota, My Little Italy, e posso ancora dirti I'm feeling good ...

Vincenza Fava


martedì 9 ottobre 2012

Nel sottosuolo dell'inverno

Resto sola nella voce della notte, mi nutrono carezze di musiche. Ogni nota è fiore della tua bocca,
è un cuscino di addormentati sapori. Saprò concedere letizia alle ore del futuro, quando suonerà una danza da cantare con suono perfetto laddove perfezione è morte e rinascita all'altrove? Saprò contare sulle dita del giorno le parole addolcite dallo sguardo, quando la luna cadrà nel pozzo dei desideri e bacerà le tue sospirate mani nell'autunno del tempo? E' la fretta del percorso che annulla il traguardo, è la pazienza del tempo che fortifica l'emozione di ritrovarci insieme nella sosta del vento, tra una discesa ed una salita a sferzare colpi alla sorte di chi ha solo un cuore per parlare ed una voce per sognare. Vieni vicino ...  qui in questo mondo siamo tutti minuscole stelle ferite dagli astri senza memoria perché non perderemo mai il rosso della passione che riflette la luce di un sole che non brucia, ma riscalda le anime di chi spende la vita nel coraggio di andare avanti senza ferire inutilmente il domani, apprezzando il tenue dondolio del presente che oscilla tra luci ed ombre, nel sottosuolo dell'inverno.

Vincenza Fava
Foto di Stanley Kubrick

giovedì 20 settembre 2012

Sarajevo, mon amour

Sono passati venti anni dalla guerra dei Balcani, vent'anni fa iniziava il massacro della città di Sarajevo...
Così penso ad una bambina stesa sul letto dopo una notte di terrore e dal profondo della sua innocenza e della sua immaginazione sgorga l'inno della pace.

V.F

Sarajevo, mon amour


Stamani mi sono svegliata sui raggi della nuova alba, ho fatto un incubo di mille spari che accerchiavano il dormiveglia della notte stellata, ancorata a quei fremiti che scontrosi rigurgitavano il boato del nulla, un nulla coatto, imprendibile, senza arcobaleni, dopo un temporale di un'estate abrasiva che lentamente scivola e mangia le gialle foglie di alberi spauriti. Di fronte al mio letto sgualcito, una finestra aperta sul silenzio. La mattina non fa commenti, ha il sale sulla lingua e spreme vagiti di lamenti lontani. Disegno con le dita un aquilone e lo faccio volare sulla città morta, un cadavere senza volto che ombreggia i campanili senza tintinnio di angeli imbavagliati che non hanno il coraggio, la sfrenata frenesia di una pace senza perdono. L'aria è asettica e punge i polmoni. Quattro giostre di bambini in fasce spalancano le fauci sui seni indolenziti di madri addormentate nella culla dell'abbandono... indolente tremolio di gambe rannicchiate sugli amorfi selciati delle ferite, guaine di sudore pietrificato, quando il sangue si raggruma e tinge il bianco di una bandiera strappata dal vento. Giocano alla guerra, giocano col dolore, con le tazzine americane di una colazione servita su piatti di estemporanee mitragliatrici, godendo di grida stracciate dall'inferno della rabbia in un crescendo bestiale di pantomime analfabete. Ho paura, ho paura del giorno che zampilla cecchini, ho paura della notte che rimbomba in fuochi d'artificio assassini. Resto qui, a guardare il soffitto e a immaginare il sole sulla città fiorita che corteggia l'anima assetata di mille colori. Resto qui e penso a mia madre curva sul mio vestito nuovo ad attaccare bottoni di felicità. Resto qui, sogno un altro mondo e con gli occhi del paradiso costruisco altalene girovaghe di luce per dipingere mani strette nel girotondo della pace.

 Vincenza Fava  






giovedì 24 maggio 2012

La calma vastità dei flutti

Immobili, al centro del mondo, stanno lacrime di un vulcano spento. La mano tende alla luce mentre gli occhi guardano ancora indietro in cerca di un paradiso perduto. La nave ha salpato, nel porto ha lasciato ancore arrugginite di antiche memorie. Così, vele spiegate, vento propizio, si cercano le tracce in un labirinto senza fili di Arianna. Bisogna riannodare i neuroni per fronteggiare il mare aperto. Non ci sono isole su cui approdare, solo tempeste e cieli sereni temporaneamente sospesi. Si vive di poco, basta quel poco per evitare smarrimenti. Basta un sorriso, una mano tesa e una tastiera per sorvolare il mondo. Non bisogna temere il buio perché anche quando la notte è fonda una stella illumina sempre il tuo cammino. L'alba ritorna con il sole e con gli armoniosi canti di uccelli senza dimora. Così, ovunque ci sia calore, c'è anche il risveglio nell'eterno torpore del Tempo. Abbracciamo il mare, nella calma vastità dei flutti. Ogni onda ci racconta una storia e quella storia è briciola di vento senza comandi. Resistere al destino è come infangare scarpe nuove nel pozzo della paura. Ci arrendiamo al domani, senza conoscere il presente. Ci anneghiamo dentro insulse parole e non beviamo il sapore della libertà. Lì, in quel mare aperto, alzo le mie vele e cerco di raggiungere il faro che illumina la meta, mentre nulla è perduto, nemmeno il senso del fulgido traguardo.

Vincenza Fava


giovedì 19 aprile 2012

La libertà è un gatto randagio

 Avevo un gatto randagio che faceva le fusa a venti metri di distanza, non lo costringevo ad avvicinarsi, ma l'aria della mia tranquillità lo spingeva a restare. La libertà è un gatto randagio, ama anche da lontano, ama la presenza e la costanza, ama il diluvio del cielo e la calura del sole, ama sonnecchiare sui rami di tiglio e non chiede mai perdono dei suoi confini. Così cancellavo i graffi dell'abbandono e guarivo dagli apostrofi incuranti. Avevo un marchio, era sbiadito con la pioggia, ma i chiaroscuri del tramonto lo rendevano visibile al mondo. La luce lontana del faro continuava a volteggiare nella notte e sospendeva il richiamo della civetta. Avevo bisogno di uno specchio, di un mare senza zattere per approdare all'isola per cullare il martirio del cuore. Il dono era la felicità che vibrava nell'atarassia del presente. Il dono era scoprire di essere innocenti anche quando si era colpevoli. Il dono era perdonare per amare nell'assoluto silenzio di parole deserte e colme di pace. Avevo un gatto randagio, di giorno sonnecchiava, la notte mi proteggeva dalle catene e mi donava la vista illuminata di chi sognava ancora, perdendosi nei labirinti delle stelle.

Vincenza Fava


lunedì 16 aprile 2012

E attendo

E attendo il giorno in cui la pace accolga le anime di ambulanti disperati, attendo l'abbraccio della consolazione che rende merito agli afflitti e ai geniali scortesi di questo mondo perché sappiano resuscitare i cuori dei non vedenti. E là dove c'è luce, c'è calore e lo specchio dell'altro che ci riflette. Con amore e rispetto per chi teme ancora la luce ...

Vincenza Fava 

 

domenica 8 aprile 2012

L'amore sta al cielo come le stelle all'universo

Della Pasqua conosco il tepore del risveglio e di quel piccolo canto che salva il cielo dai temporali. Non ho avuto mai una grande fede, sono agnostica di sangue e cervello, ma il cuore mi ha sempre suggerito la strada da seguire. Della Pasqua conosco l'affetto di energie positive che gli incroci delle vie intraprese mi hanno permesso di avvicinare. Escludo l'onnipotenza del dovere, includo la verticalità dell'amore e del perdono quali diritti essenziali all'umana esistenza per poter inglobare il significato autentico della vita. Escludo le ipocrisie del falso o malato amore, includo le verità del sentimento e dell'umiltà che non è abbassarsi continuamente e senza resa al volere dell'altro, al suo egotismo o volontà di potenza, ma è accettazione del vicendevole rispetto, della condivisione emancipata dall'imposizione. La durezza delle parole a volte è sintomo di presa di posizione, è osannare la libertà di pensiero quando è inascoltato o deriso. Le colpe retroattive hanno un peso, il perdono lo ha un altro. Perdonare sì, ma non rinnegare la propria personalità nel momento in cui si decide di non fare del male, ma solo aiutare l'altro a comprendere i reciproci errori. Che la Pasqua sia solo un preludio alla dissolvenza degli atti di potere e un modo per poter ritornare al vicendevole ascolto. La quarta dimensione ci attende: l'amore è immenso e sta al cielo come le stelle all'universo. Pace e gioia a tutti,

Vincenza Fava

martedì 3 aprile 2012

Lassù qualcuno ci ama

Lassù qualcuno ci ama. Così meditava al mattino, quando al risveglio le uniche sollecitudini all'azione provenivano dai canti gioiosi di uccelli frenetici, innamorati della primavera. In quel cerchio romantico, la stagione della rinascita concludeva le metamorfosi del suo cuore che ascoltava, senza tormento, l'inno alla vita. L'inverno  era ormai alle spalle, il gelo si era disciolto, i nevai si erano incuriositi al sole e scendevano senza difese a valle per nutrire le falde di una terra arida che dall'odio impietrita, cercava l'approvazione del vivificante cambiamento. Lassù qualcuno ci ama, pensava. Era semplicemente una constatazione che dalla realtà delle cose prendeva spunto per ritornare, senza sosta, al diluvio innocente del sentimento. Non importava cosa fosse stato necessario per capire, ora tutto era lì, di fronte ai suoi occhi arresi al destino di una vita che del dolore si era fatta carico, ma che, per battiti di cuore, si era illuminata di una luce senza pari. Lassù qualcuno ci ama. Solo questo riusciva a ripetersi perché ormai era evidente che l'amore non poteva essere compreso da tutti: solo chi fosse riuscito ad abbracciare il movimento celeste di impalpabili energie, avrebbe potuto comprendere l'estasi della gioia che dall'amore trae forza, evitando cadute ingloriose nel fango dell'indecenza di chi non vede più in là del palmo del proprio naso.

Vincenza Fava

lunedì 2 aprile 2012

Arcobaleni senza dimore

Ogni tuo sorriso è perla di arcobaleni senza dimore. Ogni arresa alla felicità è dono di un'arte senza precedenti, l'arte di amare sfumando sentenze e annunciando la vittoria della poesia sull'aridità delle parole, quelle che appassiscono e non rendono omaggio alla vitalità di quell'evento che emerge dal nulla e resta nell'eterno: l'evento della vita assimilata all'amore che di desiderio si sfama, ma non si contraddice nell'elargire carezze di spirito, quando l'alba soffia sul tramonto e il mare è altalena di profumi senza perdizione. Approdo all'estasi del coraggio e all'annullamento dell'ipocrisia quando mi guardi e dici che tutto non ha fine e scorre eterno nell'energia del sentimento. Ti cercavo nei sogni, non ti trovavo, ti ho cercato nelle parole della tua anima e finalmente ti ho trovato. C'eri prima di me, c'ero dopo di te, eravamo entrambi senza incroci, siamo ora sulla stessa strada e tutto, proprio tutto è servito: la falsa gioia, l'amore superficiale, l'amore ingannevole, l'amore che distrugge, l'amore senza salvezza e quello che sconfina nel dolore senza motivo apparente se non la consapevolezza di non aver avuto la possibilità del vero incontro, quello che fortifica e ci rende l'esistenza meno fragile, più solida ed ancorata alla stabilità, alla chiarezza e all'autonomia. Profumerai della mia estate e in fondo agli occhi ti lascerò il mio sorriso perché sia gioia la tua pazienza e amore eterno le nostre promesse ...

Vincenza Fava

lunedì 26 marzo 2012

Matricidio

Quando si perde la madre? Non credo nel pertugio doloroso dell'espulsione, non credo nemmeno nel momento dell'inesorabile ed iniziatico taglio fisiologico del cordone ombelicale. La perdita e l'abbandono avvengono nel tempo, a distanza di anni, quando la vita ti mette di fronte a due strade, due menti e due cuori che non si sono mai incontrati. Nel tempio del falso ed ipocrita mondo matriarcale, non ci sono scuse o ragioni che tengono: il maschile è ciò che detiene le redini della tua vita, innegabilmente e fondamentalmente femminile; così direttamente e ancestralmente tanto diverso sarà il tuo punto di vista quanto quello della madre, radicato alla matrice matriarcale-maschilista dove l'uomo e il maschile diventano l'unico punto di riferimento per un comportamento anti-femminista con tutte le ovvie ed esecrabili conseguenze che ne derivano. E non parlo solo della famiglia, luogo teoricamente nido di costruzione e infine punto di slancio per un volo indipendente, ma anche delle amicizie offese dal senso dell'ordine e del comando, dove il presunto rispetto è costantemente richiesto, ma poi non restituito, dispensato in una dose giornaliera di sorrisi e ricatti in cui il rapporto è difeso solo da subordinazione e accettazione del comando. Ove sorge una dose di ribellione o non accettazione di regole stabilite pregiudizievolmente da una sola parte in questione (di solito il più forte, colui o colei che detiene un potere maggiore sull'altro visto come strumento per la soddisfazione del proprio obiettivo o esaltazione del proprio ego), arriva la scintilla, la divisione, la separazione, l'elaborazione di un rapporto senza via d'uscita se non nella negazione del rapporto stesso. Non serve chiedere scusa, il perdono non viene accordato a chi deve essere sottomesso continuamente al volere dell'altro. Non è costruttivo, anzi è deleterio e portatore di inequivocabile masochismo, chiedere scusa ad un eventuale carnefice protagonista di un depistaggio simil-amoroso in cui il senso dell'Ego e del maschile è così forte, da non vedere altra ragione se non in sé stesso, escludendo l'altro da ogni accettazione. Si parla di amore, di amicizia e di rispetto: sono parole che tutti pronunciamo, tutti usiamo continuamente, ma sinceramente in modo non ortodosso. La donna è tale se solo riesce ad amare sé stessa guardandosi negli occhi di un'altra donna, altrimenti non esiste la Donna, ma solo una parvenza di femminile in cui la matrice maschilista opera a diversi livelli: psicologico, morale e religioso. Viviamo i tempi di un Duemila già antico e stanco di saggezze superficiali: non mi stupirei se Gesù Cristo fosse ancora crocefisso o una Vergine Maria condannata al rogo per avere avuto un figlio non concepito direttamente dallo sperma del proprio marito. Eppure si va in Chiesa, leggiamo il Vangelo, osanniamo la Vergine Maria, piangiamo davanti ad un croce, senza renderci conto che quella croce la costruiamo ogni giorno noi sugli altri, con l'ipocrisia di un odio travestito in modo luciferino da amore. Auguro a tutti di trovare il proprio Amore, quello che scalda il cuore e non distingue l'uomo dalla donna, non condanna la donna esaltando l'uomo o viceversa, non sputa in faccia alla purezza del sentire e accoglie sorridendo il frutto di un domani in cui la pace non sia solo un pensiero utopico ma un fatto concreto da condividere con gli altri in un sogno di pura gratitudine verso l'esistenza.
Vincenza Fava

domenica 25 marzo 2012

Non tornerà più la neve

Ora so che non tornerà più la neve ... quando i giri del sole conteranno le stagioni senza più tramontare, saprò cosa dire alla tenera stoffa degli anni passati. Ho due occhi per guardarti, due mani per accarezzarti e due cervelli per avvolgerti in un'unica anima. La poesia supera l'immaginazione di averti ancora accanto, adesso e per sempre. La poesia è avere un cuore che pulsa in due anime, quella del mondo e quella del corpo, tempio che si distingue per divine enfasi, bocche che sospirano e baci che cantano l'inno dello spirito. Io credo che non morirò, sarò sempre accanto a te, fino alla fine dei giorni, adesso e per sempre. Io credo che non piangerò, asciugherai ogni mio dolore, adesso e per sempre. Nessuno mai ha visto le piaghe del mio tormento per poi sanarle così come tu solo hai saputo fare. Non sono parole, no ... è la poesia del cuore che parla e incanta la strada del mio destino ormai intrecciato al tuo, in un sentiero di rose senza spine, adesso e per sempre ...

martedì 13 marzo 2012

Variazioni

Siamo scoperti al passaggio delle variazioni della vita, siamo coperti nel viaggio delle intenzioni. Ogni sguardo porta all'occhio del cielo e non ci sono possibilità diverse dal sentirsi in pace col mondo anche se il mondo fa la guerra. L'inciviltà e l'ignoranza sono il vero passo verso il male, ma tenere duro con l'obiettivo di salvare la propria vita, è l'unico rimedio che conosco, l'amore è l'unica medicina che può salvarci dall'illusione della ragione.  E in un mondo in cui tutti hanno ragione, ti scopri salva quando sei consapevole che l'unica verità è dentro di te. Ci sono diversi livelli di conoscenza, diversi livelli di esperienza per ogni anima risorta all'universo delle tenebre. I livelli distinguono le persone e le parole e le parole sono o dovrebbero essere sempre una verticalità acquisita al sentimento autentico della vita. Quando parole e sentimento si discostano in un divario incolmabile, sopraggiungono, senza ombra di dubbio, le schizofrenie dell'esistenza e il male che ne deriva è pari all'illusione di avere ragione. Lascio la ragione agli stolti e mi tengo la poesia, l'amore e la felicità ... se gli altri sono infelici, a volte, è solo un loro problema, il loro sforzo di potere è pari al male che si portano dentro ed il male è un boomerang nella vita, torna sempre indietro, spesso e volentieri con gli interessi.

Vincenza Fava

sabato 4 febbraio 2012

Perdono

Credeva che ci sarebbe stato sempre un rimedio, sempre, dietro la porta, quella porta che a volte si apriva su cieli sconosciuti e poi si richiudeva sulla sua stanza pieni di ricordi e di sogni a venire. E la finestra era piena di luce, sonnambula e imprecisa, fiera e dolce come una scheggia di conchiglia frammentata dalla forza delle onde, ma pur sempre candida e levigata dall'acqua del mare. Bastava guardare fuori per colmare il biancore dell'anima: due passanti scivolavano sorridenti sulla neve fresca di un febbraio inclemente e lungimirante ad un tempo, e si aggrappavano felici l'uno all'altro credendo di tenere stretto un viaggio di sola andata. Ma il tempo richiede un ritorno, lo esige, è scritto sulla pelle degli uomini e delle donne. Ed è in quel ritorno che spingeva oltre la sua mente per annegare consenzientemente nel naufragio del perdono. Perdono di essere quel che si è, perdono per chi è quel che è e non se ne rende ancora conto. Perdono per promesse mai mantenute, navigate su un gelido filo di metallo. Perdono per per le parole omesse e quelle gridate. Perdono per la follia dell'egoismo e della paura. Perdono che rende giustizia a chi perdona, ma ancor di più a chi è perdonato.

Vincenza Fava

venerdì 27 gennaio 2012

C'è chi

C'è chi si mette in cerca del destino, armandosi di preghiere e luoghi solitari nell'anima, c'è chi si regala le pause del Tempo per nascondere le rughe dietro siringhe e maschere fasulle di gioventù, c'è chi prende a calci l'amore perchè non vuole ricevere calci al cuore, c'è chi ha paura del dottore per allontanare il fantasma della malattia, c'è chi sogna il cielo e si ritrova continuamente a terra, c'è chi spera in un domani di denaro e, chiudendo le mani per pregare, le riapre trovando il Nulla, c'è chi vuole fare ordine e trova un armadio pieno di stracci alla rinfusa, c'è chi veste Prada per darsi un tono e per poi cadere dai tacchi a spillo taroccati, c'è chi fuma per noia e ingoia veleno per togliersi ossigeno di vita, c'è chi scrive per non morire e muore lentamente su sillabe di bianca assenza, c'è chi muore d'amore leccando le ferite dell'incertezza e dell'illusione, c'è chi spera in un domani migliore distruggendo il presente con la vanagloria dell'onnipotente, c'è chi mangia scorze di limone per punirsi e per assaporare meglio la dolcezza di una carezza, c'è chi invece non mangia nulla e crede alla sopravvivenza di un futuro inesistente. E quel futuro non può essere il cieco orgoglio del potente che scava nei delitti dell'umanità per nascondersi dietro gli alibi della sua impunità. Così c'è chi ancora riesce a ribellarsi, demolendo le radici dell'indifferenza, per generare semi da spargere sul terreno arido di una Terra affamata.

Vincenza Fava

giovedì 29 dicembre 2011

Cara Italia

Sta arrivando il tanto temuto 2012 fra attese apocalittiche e speranze senza nome, e mi chiedo: come mai si dà sempre un nome a ipotetiche quanto inverosimili magiche disgrazie (come se si invocasse una ambigua distruzione globale per purificarsi dalle colpe dei padri, per non vedere i risultati quanto poco entusiasmanti ed edificanti ottenuti dall'uomo nei secoli dei secoli) e mai un nome certo alla progettualità dell'azione futura? Anche se il domani è incerto e la sua esatta verificabilità impossibile perché sottoposta a eventuali varianti non sempre prevedibili, perché non accertarsi di compiere e realizzare progetti stesi su carta, ma poi riposti a stagnare per anni in un cassetto? Vedo stanchezza e confusione,  ambizione e frustrazione, schiavitù e servilismo, potere di pochi eletti e plebe sfrattata dei propri diritti. Non possiamo essere orgogliosi, no ... perché l'orgoglio di un popolo è accompagnato dalla dignità e quella l'abbiamo persa già da troppo tempo, ai nostri occhi e agli occhi del mondo. In quale futuro sperare se i giovani hanno poco prospettive di lavoro, se molti giovani hanno ormai perso il significato di lavoro, anche manuale ormai sostituito dagli immigrati? E a forza e a rabbia ci scontriamo continuamente coi pregiudizi di chi viene a rubarci il lavoro, senza renderci conto che quel lavoro non lo vogliamo, perché ci sporchiamo le mani e i vestiti, perché non ci potrà permettere di comprare un i-phone per Natale, perché non è più dignitoso e redditizio lavorare il legno, il ferro, la terra e riparare scarpe alla moda. E' vero non è più redditizio e l'euro ci ha sottoposto al controllo delle banche europee, perché siamo sudditi dell'europeizzazione e anche della globalizzazione, perché siamo figli di padri che hanno pensato esclusivamente al proprio arricchimento nella depauperizzazione prolungata ed eccessiva a spese del gregge. Sì, gli italiani ... un popolo, un gregge che spalanca la bocca davanti al televisore e beve parole ingessate e sorrisi di cartapesta, che beve il suo bicchiere di vino e mangia il suo bel piatto di pizza il sabato sera inneggiando al divertimento muto di cose da fare perché si devono fare, perché non c'è più scampo alla libera scelta, tutti siamo tutti in un eccessivo e sfiancante individualismo che trova nel piacere effimero la sua più completa realizzazione. Essere tutti ed essere nessuno, perché manca la concezione dell'insieme, di idee e progetti da condividere. Perché la noia ci annienta, il mancato senso di appartenenza ad un gruppo che non dovrebbe credere perché deve credere, ma perché vuole credere per cambiare le cose. E così, tutti essendo nessuno, siamo sempre più soli, emarginati gli uni dagli altri, ci guardiamo in cagnesco per paura di essere fregati e poi andiamo a cena insieme brindando all'amicizia. Cara Italia, sono tua figlia, ma ormai sono e mi sento figlia del mondo perché Tu non mi hai dato la sicurezza del futuro, perché mi hai sbattuto in faccia l'arrivismo e l'egoismo degli eletti, perché escludi le parole vere dai dibattiti, perché basta un vestito, una cravatta ed un cartellino sul taschino per sentirsi intelligenti e padroni del mondo. E io mi rifiuto, sarò e resterò un nulla per Te, ma mi basta il mio nulla per trovare il mio Tutto, il mio e di chi non ha voce nel mondo dei superdotati.

Vincenza Fava

domenica 11 dicembre 2011

Disperazione - arresa postuma

C'era voluto il dolore per capire. Tutto è lontano, anche la felicità se non si conosce il dolore. E il dolore più grande è quello che ti coinvolge tutta, la mente e il corpo, l'anima e lo spirito. Bisogna toccare il fondo per risalire, desiderare la morte per riavere indietro la vita. E c'era riuscita a sprofondare, quella volta sì, non avrebbe immaginato una voragine così grande che potesse inghiottirla tutta, tanto da sporcare, con veemente indelicatezza, tutti i ricordi, tutte le risate e tutti gli abbracci sinceri ricevuti nella vita. Ora poteva sorridere al passato, ma era un sorriso amaro, di chi sorride pensando al pericolo scampato e a quanta stupidità aveva ingurgitato, quella stupidità che l'aveva resa fragile, trasparente, inverosimilmente patetica. Eppure aveva sempre rincorso la morte, sfidando la vita, l'aveva spesso presa di petto con una rabbia irriverente, credendo di sconfiggere gli dei dell'ingiustizia. Ma quella volta, no, non poteva farcela, la lotta era impari, era sempre stata impari,  l'altra parte della vita si può solo accettare, ora lo sapeva. Ora sapeva che non si può guardare il cadavere di un animale sull'asfalto e vomitare sangue, non si può guardare la televisione e restare inebetiti e privi di conoscenza di fronte ai massacri del mondo, non si può svenire di sofferenza guardando i bambini morti di fame e violentati, non si può soffocare in silenzio per un amore che non è amore, non si può urlare contro gli dei del dolore, perché nulla si può cambiare totalmente, ma solo in parte. Ed era quella piccola parte che le mancava, non poteva credere che potesse esistere dentro di lei una piccola scheggia di speranza. E mancare di speranza è morire lentamente, giorno dopo giorno, ora dopo ora, attimo dopo attimo. Perché tu ancora non lo sai in quel momento, ma a nessuno importa della tua vita, anche se te ne dovessi andare adesso, domani, tra due giorni o tra un mese, cosa cambierebbe al corso degli eventi? Nulla ... ma la cosa peggiore è pensare che la tua vita valga quanto la morte, pensare ... io sono qui, sto vivendo, ma a chi importa della mia vita, chi potrebbe soffrire veramente per la mia assenza? Nessuno. Tutti continuano a fare ciò che hanno sempre fatto come te del resto, che non stai facendo un bel niente per muoverti di lì, alzare il sedere e andare a cercare la tua piccola parte nel mondo. Toccare il fondo ... bella parola, presuppone una discesa agli Inferi con biglietto di sola andata a volte. E a chi puoi dare la colpa se non a te stessa? Non esiste nessuno al mondo così forte e potente da poterti ridurre così, nemmeno Dio. E quella volta, pensava, (ancora pensava insistentemente a quell'episodio), sì quella volta avrebbe voluto sparire dalla faccia della terra e perché? Perché il mondo non era così bello come avrebbe voluto? Perché qualcuno si era preso gioco di lei e dei suoi sentimenti? Perché si era mangiata la dignità e il rispetto per sé stessa? No ... nessun motivo valido. Era il rincorrere la morte per offrirsi alla vita. E questo ora lo sapeva. C'era voluto un bel coraggio ... e ora sapeva di avere un coraggio immortale, stupido, ma immortale. Chi non ha paura della Morte, avrà la Vita ... Chi avrà paura della Vita, avrà la Morte. "Io non ho paura, io non ho paura, io non ho paura ..." se lo ripeteva continuamente perché era vero, ora non aveva più paura. E si diceva: "Questa sono io, io che non credo più nelle favole, io che parlo con i morti, io che vedo il sole nella luna, io che vedo gli angeli nelle notti più buie, io che ascolto gli animali, io che stringo gli alberi, io che piango il dolore degli altri, io che non sono nulla, io che non sono nulla e in questo nulla mi appago di tutto, anche di un semplice sorriso ... ora sono libera ... ".

Vincenza Fava

mercoledì 7 dicembre 2011

Compassione

Era distante, ma sapeva di essere vicina. Era triste, ma sapeva di essere felice. Era in bilico, ma sapeva di essere in equilibrio. Erano momenti in cui tutto sembrava difficile, ma niente in realtà era più semplice ... Le contraddizioni si tendevano e si scioglievano ... e tutto ciò che era stato, non sarebbe stato più, sì, si sarebbe dissolto, come acqua gelata bagnata dal primo sole di primavera. Quel giorno era uscita di casa, dolente del fatto che non avrebbe più fatto ritorno al dolore, a quella sensazione piacevole e pungente ad un tempo che ci rende vivi nel lungo periodo di incubazione, quando niente, nessuna emozione, nessuna sensazione nuova ci vengono a toccare nel profondo per distoglierci da noi stessi, da quel torbido turpiloquio della mente che ci incatena alla stasi, alla coerente, buona volontà di restare là dove siamo già. Sì, quel giorno aveva deciso di ritornare a vivere, accogliendo tutto dentro di sé, il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il giusto e l'errore, il piacere e la sofferenza ... perché a differenza di quel che si crede comunemente, tutto è mescolato, amalgamato così bene che si fa poi difficoltà a distinguere i colori della nostra anima, soprattutto quando è confusa alla ricerca di una propria verità. Non la verità della Madre, non la verità del Padre, non la verità della Gente, non la verità scritta sui Libri, ma la propria verità, quella che ci fa sentire liberi di essere parte del Tutto, ma allo stesso tempo Diversi ed Unici in questa parte di universo, spesso considerato l'Inferno della mente mistica divina. Siamo piccole cellule cerebrali, ognuna con la sua funzione, ognuna stimolata da impulsi elettrici, piccole vibrazioni tutte collegate per adempiere ad un'unica funzione che è la Vita. E pensando agli impulsi elettrici, mentre stava in macchina, girando a caso per le vie del paese, arrivò a credere che fosse l'Amore ad essere il primo impulso, il primo motore di ogni attività, di ogni linguaggio vero, quello che non conosce falsi accenti, falsi sorrisi, falsi ammiccamenti e falsi giudizi. E' l'Amore che ci fa sentire vivi, quello che s'illumina dentro di noi per poi espandersi intorno e far fiorire nuovi boccioli di Vita inzuppata di sensibile umanità, lontana dal vocio confuso di quell'alterità che nasce nel seno dell'incomprensione per approdare ai segni dell'unica vivibile unità della compassione.

Vincenza Fava




martedì 22 novembre 2011

Morire di vita

E ora che hai tracciato un piccolo cielo curvo, saprai dirmi dove sono le pantofole del mio inquieto dormiveglia. L'insofferenza ha attimi di quiete apparente; là dove il mare è blu e sembra terso e senza onde, nasconde pericoli di sopravvivenza per i nuotatori. La riva è così difficile da raggiungere, serve il salvagente della pace. Morendo di desiderio di vita, si cerca di rinascere al primo colpo al cuore per rivedere nuovamente un barlume di tenerezza quando manca il calore di mani amiche. Sentire freddo non è più delirio se cerchiamo di scaldarci alla luce riflessa di una luna, nitida sorgente di malinconie verticali. Viaggiano ciechi passeggeri dell'umano relitto nei deserti di solitudine; sotto alberi tristi di piogge future, su scale di lacrime ascendenti, nelle case riscaldate da focolari indecisi sulle ragioni di affetti spenti e mortificati da fiammelle striate di silenzi vuoti ed impenetrabili. Volano biglietti di auguri strappati al vento delle confessioni insieme a foglie morte senza ali. Il viale è cosparso di nebbie nevose e la luce dei lampioni non arriverà a domani senza aver perso l'energia del peccato. Prossime stagioni ritorneranno a parlare la nostra lingua sull'asfalto dell'insicurezza. Così una nuova primavera potrà fiorire su perle di ghiaccio, sciogliendo parole incatenate alla paura della felicità.

Vincenza Fava

mercoledì 16 novembre 2011

La vita è un gioco

A volte crediamo che l'amore sia indecifrabile, qualcosa troppo lontano dalla nostra vita, completamente fuori dalla nostra portata, eppure basta poco per sentire un sentimento positivo e perché non chiamarlo amore? Troppo spesso si confonde con il desiderio e la passione intensa che scalda corpi e anime affamate e assetate di comprensione; ebbene questo è solo un aspetto di tutto il resto, di tutto quello che conta veramente. E che cosa conta allora? Conta la poesia e la magia di un istante, di uno sguardo e di un semplice abbraccio, conta ciò che rimane scritto su pezzi di carta quando la voce viene a mancare per approfondire o confessare le proprie emozioni. E proprio di emozioni si tratta ... gioia, ansia, leggerezza, sorrisi, calore, tenerezza, languore ... fino a che non si arriva al mare della vita seguendo quel piccolo battito interiore risvegliato da sensazioni di fiducia ed entusiasmo nella condivisione di istanti prossimi alla felicità. Sì la felicità ... sembra lontana e inavvicinabile, una chimera, ma averla provata un'ora, due, tre o un giorno, non importa, basta per averla poi conosciuta per sempre. Certo poi che l'uomo/ la donna è un essere proprio strano ... non si appaga mai, per lui/lei (in base all'ormai noto e sfruttato principio di piacere) tutto questo non è sufficiente e si continua a cercare, magari rovistando continuamente nella propria vita e in quella altrui per ottenere altro, sempre di più. Tuttavia un eventuale problema è esclusivamente dentro di noi, solo lì dobbiamo cercare per risolverci, non altrove. E vedi persone che si amano e poi si uccidono, persone che urlano contro il mondo e poi si placano mettendosi la maschera dei perbenisti dopo una vita trascorsa a ribellarsi e perché? Solo perché si raggiunge una comodità materiale difficile da abbandonare. Vedi gli estremisti: sia in politica, in società che in amore raggiungono sempre lo stesso risultato. Ipocrisia, niente altro che ipocrisia, maschere, rimedi indolori per anni ma che poi rivelano tutta la loro dolente assurdità. Famiglie di facciata, caos e dolori all'interno velati da baci ufficiali, uscite domenicali e cene con gli amici. Il vestito più bello diventerà uno scudo, una corazza per sputare in faccia agli altri che sono infelici, mentre noi stiamo godendo il lusso dell'estrema gioia in società. Credo che essere sia difficoltoso, ma non come in questi tempi avariati da pensieri oscenamente egoistici e superflui. E tu, che vorresti "essere", non puoi non nasconderlo, potresti morirne, sarebbe un suicidio. "Essere", però, comporta il tentato omicidio degli altri nei tuoi confronti e tu devi difenderti, giocare in difesa, sempre, per evitare dolorose sconfitte e perché solo quel tipo di gioco avevi imparato, ti era stato insegnato in un allenamento sfiancante che era iniziato il giorno della tua venuta al mondo. Finché non arriva un bel giorno in cui, stanco di difenderti, cominci a giocare in attacco per segnare il tuo goal; i nemici-amici, ti guarderanno, prima sorpresi e poi incapaci di capire, ti insulteranno e ti tortureranno con tutti i mezzi possibili per sfiancarti e riportarti al tuo vecchio gioco, ma tu no ... non ti arrenderai più, anzi con un bel contrattacco, riuscirai a deviare le loro mosse e a vincere la tua partita. Ecco, la vita è un gioco, basta capirlo in tempo e riuscire a dare il meglio di sé in ogni momento, anche e soprattutto in quel gioco chiamato amore che dovrebbe legarci tutti quanti alla fine di ogni partita, perché si sa, i giocatori, anche se di squadre diverse, alla fine possono benissimo stringersi la mano, mangiare e bere allo stesso banchetto della vita ...

Vincenza Fava