Binari storti

Binari storti
Binari storti (LietoColle, 2015)
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

domenica 27 dicembre 2015

Scostati un poco dal sole

« Il re in persona andò da lui e lo trovò che stava disteso al sole. Al giungere di tanti uomini egli si levò un poco a sedere e guardò fisso Alessandro. Questi lo salutò e gli rivolse la parola chiedendogli se aveva bisogno di qualcosa; e quello: "Scostati un poco dal sole". A tale frase si dice che Alessandro fu così colpito e talmente ammirò la grandezza d'animo di quell'uomo, che pure lo disprezzava, che mentre i compagni che erano con lui, al ritorno, deridevano il filosofo e lo schernivano, disse: "Se non fossi Alessandro, io vorrei essere Diogene". »

Plutarco da Vite parallele, Vita di Alessandro Magno



martedì 8 dicembre 2015

A Babbo Natale





Caro Babbo Natale

so che sei in pensione per me da tanti anni. Da troppo tempo ormai non aspetto più doni sotto l’alberello addobbato come un clown dai mille colori, la punta rossa è il tuo naso da ubriacone perché se è vero che dovresti essere a riposo, è anche vero che non ti danno manco un soldo per arrivare con le renne fin quaggiù dal polo nord. E ti perdi nell’alcol, nei quaranta gradi che al contrario sognavi di godere alle Hawaii dopo tanto lavoro. Ma come Matusalemme ti sei rinchiuso in un igloo per non vedere più le facce dei bambini di oggi. Qui da noi sono troppo esigenti, costano troppo: cellulari di ultima generazione o play station con giochetti in 3D per simulare la vita vera. Lo so, sei stanco e preferisci non donare più niente a chi non s’accontenta o a chi non dice grazie per poter mangiare ancora un panettone. Ti piace la democrazia e visto che al mondo non esiste più hai pensato bene di dire: o a tutti o a nessuno. E siccome la prima opzione era troppo dispendiosa per le tue tasche, hai deciso per la seconda. A nessuno il dono finché qualcuno, hai detto, almeno uno su questa terra, non riuscirà a capire cos’è veramente un dono. E forse, ti ho capito, vorresti una lacrima di gioia al posto di tante lacrime d’insoddisfazione e anche di guerra. Perché, dico, ma ci hai visti bene come ci comportiamo? Sì, che lo hai visto e l’unica cosa che puoi  fare è aspettare. Non siamo mica più noi che ti aspettiamo. Per noi non esisti. E tu sei in stand by. La tua attesa è lo stesso silenzio che ascoltiamo la sera quando andiamo a dormire e supplichiamo un dio sconosciuto di darci la fede. E la coscienza impallidisce. Siamo tanti, siamo milioni, quasi come le stelle di Negroni. Ma a te non piacciono gli spot: mica c’è più tanto da scherzare. Hai ragione. Ti chiedo scusa. Non c’è più tanto tempo, tra qualche anno dovrai costruirti una bella arca, proprio come quella di Noè, per lo scioglimento dei ghiacciai. Addio fabbrica di giocattoli. Addio barba bianca. Ti abbiamo inventato noi o sei tu che in un attimo di follia hai creato questo strano marchingegno pensante? È nato prima l’uovo o la gallina? La solita stupida domanda.  Vedi? Non smetto di scherzare con le parole, che brutto vizio! Perché quella sera, durante quel bellissimo Natale di tanti anni fa, quando avevo solo sei anni, tu sei arrivato a mezzanotte e mi ricordo bene le tue parole: “Ecco il mio dono: solo un sorriso. Gioisci della vita”. Ecco ti prego solo di fare un ultimo sforzo e di riportarmi quel sorriso. Io t’aspetto e già ti vedo: senza un soldo e senza sacco. Se può confortarti, siamo quasi tutti nella stessa barca. Non portare nulla a chi c’ha il ventre gonfio perché ha spompato il ventre degli altri. Non portare nulla a chi gode di morte vita. Ai bombardieri, agli assassini, ai ladri, a chi manca di rispetto: porta soltanto la loro coscienza, così, giusto per fargliela vedere. Basta poco. Ecco, questo sarebbe il dono più grande: una fabbrica di specchi per la coscienza. E mi raccomando, non t’arrabbiare più di tanto: se la pensione non ti spetta è perché sei stato troppo onesto e troppo buono. Esci da quell’igloo e torna a cantare la purezza. Ci basta un sorriso e batti un colpo, ma batti forte perché ormai siamo tutti sordi, ci hanno confuso tutti questi fuochi d’artificio. Ci vuole un fuoco vero per scaldare i cuori. Un unico grande falò per tutta l’umanità.  

Vincenza Fava (bambina)

martedì 1 dicembre 2015

Piripicchio



Non amo molto la carne di pollo, anzi non la amo affatto: riconosco l’odore di pennuto spennato in padella a cento metri di distanza. Questo mio rifiuto forse risale all’età dell’infanzia e ad altre disavventure culinarie dell’età matura: d’estate trascorrevo pomeriggi interi nel pollaio a spargere chicchi di grano a destra e a manca. Mi divertivo a veder correre le gallinelle ancora vergini (ancora poco lontano il tempo dei coccodè doloranti) a cercare di beccare per prime la manna volante, mentre con le ali spiegate compivano giri incredibili su se stesse. E il gallo le chiamava, come un basso continuo, per mostrare la futura galanteria che avrebbe riservato in maggior misura alle damigelle del suo reame. Per non parlare dei pulcini, teneri e coccolosi, pigolosi e morbidosi, meglio dei peluches immobili e impolverati che dormivano tutto il giorno sugli scaffali della mia cameretta fucsia e bianca; ma le tende erano bianche con mille bolle blu, tanto che ogni volta, prima di addormentarmi alla luce soft del mio abat-jour, canticchiavo sottovoce la famosa melodia di Mina, cercando di imitare con le mani fuori dal letto i movimenti ondulatori delle sue mani e cercavo di acciuffare anche il silenzio coatto che seguiva e precedeva l’abbandono tra le braccia di Morfeo. Che i bambini mica vorrebbero dormire mai…  come se fosse sempre la vigilia di Natale. Insomma in una fredda domenica mattina di febbraio che mi vedeva ancora sognare eroi ed eroine, bambole e biciclette, cartoline e figurine, piombò nel mio letto dalle mani di mio padre, un piccolo esserino semimorto, la testa ciondoloni, giallo e un po’ bagnato. “Tienilo sotto le coperte al caldo con te per un po’, forse si riprenderà, la madre lo ha abbandonato e ha trascorso tutta la notte da solo, al freddo e al gelo” disse mio padre. Pensai subito al bambino Gesù e capii che mi era stato chiesto di essere come il bue e l’asinello nella grotta di Betlemme. Era una grande responsabilità e mi sentivo importante: così misi il pulcino sotto le coperte e cominciai a espirare aria calda dalla bocca. Dopo pochi minuti il cuccioletto aprì gli occhi e mi guardò fissamente, quindi cominciò a pigolare. Era vivo e io felice e ancor più felice quando compresi che ormai mi considerava la sua mamma. Gli diedi un nome: Piripicchio. Da quel momento ovunque io andassi, lui veniva dietro di me, mi rincorreva e quando mi fermavo, lui si fermava, aspettava ogni mio movimento. Arrivò la primavera e poi l’estate: Piripicchio aveva imparato a stare sulla mia spalla, anche quando andavo in bicicletta, anche quando andavo a trovare i miei cugini e le mie cugine. Si divertivano un mondo a vedere tutto quello che gli avevo insegnato. Io e Piripicchio eravamo ormai inseparabili. Lui intanto cresceva e il piumaggio giallognolo era caduto, lasciando il posto a piume e penne dalle sfumature variegate come un arcobaleno e una piccola cresta rossa sporgeva dalla sua piccola testa rotonda. L’estate dei miei sette anni fu una delle più belle della mia infanzia. Non voglio raccontare il seguito, non mi piace, voglio tacerlo, ma forse si può benissimo immaginare. Da allora non riesco a mangiare la carne di pollo. Ricordo benissimo l’odore di un galletto vivo, non voglio ricordare l’odore della sua carne in padella condita di aglio, olio e pomodorini. Piripicchio non aveva le misure giuste per diventare il re del pollaio e in fondo ho sempre pensato che la fortuna fosse solo una questione di numeri. Mezzo centimetro in più e stai oltre il fossato, mezzo centimetro in meno e ci stai dentro, con tutte le piume. 

Vincenza Fava 




mercoledì 25 novembre 2015

Quando la bellezza è un cono gelato



Ti stanno prendendo in giro, non lo vedi? Ma forse la vanità ti ha cucito gli occhi con lo spago e poi tu che fai? Rispondi ‘grazie, ah certo, ora ho capito tutto, non è che ti piace ringraziare, ti piace conquistare e la cosa è molto diversa, pensi di essere una diva sul tappeto rosso all’uscita dell’ultimo film: sguardo ammiccante, sopracciglio scolpito, labbra fiammanti. Tutti a fotografare, tutti a chiamare, ehi, guarda qui, qui, verso di me, alza il viso, mettiti di profilo, ora cammina, ora siediti! Bambolina di gomma, bambolina che sorride con la bocca disegnata a cuore, con quel sorriso falso e innaturale! Tanto lo so che sei una povera infelice e che senza di me sei doppio zero come la farina, ahahahah! Ma come sono bravo a fare simpatiche similitudini non trovi? E poi so anche che in fondo dentro sei solo una puttana perché ti piace quando te lo dico sottovoce, ti eccita, ti schiaffeggerei fino a farti sanguinare così forse potrei finalmente vedere se il tuo sangue è veramente vermiglia passione. Ti metti i tacchi e per fare cosa? Per sembrare più alta? Ah beh cara, forse non hai capito una cosa, le altezze si raggiungono solo con l’anima, l’uomo vero è un uomo verticale, uno che dedica il proprio pensiero costantemente a Dio, all’anima, all’arte e alla poesia. A questo punto mi viene da pensare che una bella donna invece è nata solo per stare orizzontale in un mare di lussuria per farsi poi pescare dal primo venuto, come sarà che alla fine abbocca sempre all’amo, specialmente se è un amo ricco, con un’esca succulenta, ignorando il fatto chiaro ed evidente che dietro ci sono sempre bisturi affilati! Tanto lo so che mi lascerai un giorno, mica sono scemo, eh no!!! Io non sono stupido. T’ho sentito al telefono l’altro giorno, sai? Usavi quello stupido linguaggio da gatta morta e con chi? Non me lo hai detto, non me lo hai voluto dire, ma io, non essendo per natura imbecille, anzi, sono consapevole del fatto di essere molto intelligente e non è vanità questa, ma solo una constatazione di fatto, ho capito subito, ho capito che te la fai con quello lì che ti scrive buongiorno tutti i santi giorni su Facebook, quello che clicca mi piace a tutte le tue foto da modella e ti manda i cuoricini, ma non ti rendi conto che così facendo diventerai mercanzia scaduta nel giro di poco tempo? Te l’ho detto migliaia di volte: bisogna saper usare con intelligenza i social-network. Vedi me per esempio, lo utilizzo solo per pubblicizzare il mio lavoro, la mia arte. Sì arte, la chiamo così e ne vado fiero. In giro ci sono tantissimi mentecatti che pensano di essere artisti e invece nascondono solo falsità e immondizia, forse proprio come te... Ma loro mica lo sanno che l’arte è sacrificio e dedizione, è raggiungere un obiettivo più grande di noi stessi, è crederci fino alla fine, fino al midollo e tu che fai? Metti continuamente foto, pensieri sciocchi e stupidi solo per avere il consenso superficiale dei tuoi fan! E i tuoi post sul femminicidio! Non voglio neanche commentarli o guardarli, sempre questa storia: femmine uccise (di solito sempre belle gnocche, ma mi dico e mi chiedo, sempre totalmente sante e innocenti?), ma non senti come stona anche la parola? Pronunciala, anzi no, ti faccio io lo spelling: F-E-M-M-I-N-I-C-I-D-I-O. Allora, per concludere il mio sofisma, le donne stesse pensano di essere femmine niente altro che femmine. Siete voi che vi insultate da sole e poi ve la prendete con gli uomini e li accusate di razzismo, violenza, stalking e via dicendo. Al limite si dovrebbe parlare di ‘donnicidio’ esaltando la comunanza con l’omicidio, ragiona con me. Volete la parità. Eccola, si può risolvere con un termine più azzeccato. E poi è solo una mossa politica per smuovere i cuori delle donne frustrate e vittime, casalinghe belle ma inconcludenti nella vita, quelle che non hanno mai imparato l’arte di essere autentiche: una bella donna uccisa, una lacrimuccia, un po’ di pubblicità sui mass-media e un voto assicurato. Dio mio… non ti rendi conto… come mi fai pena, sì io sto sprecando tempo e voce per te, cerco di aiutarti, non lo capisci… e tu che fai? Ti guardi ancora in quello stupido specchio, eh sì pensi di essere bella e femmina! Cosa pensi di vedere, una dea santificata dalla massa dei coglioni? Non è questa la strada per andare in paradiso, povera illusa! Io ti ho dato tutto, me stesso, il mio sostegno, il mio tempo, i miei consigli e tu non mi ascolti! Eh, è il colmo questo, ma cosa devo fare con te, amore, me lo dici una buona volta cosa devo fare con te? Sì amore… dai vieni qui, scusami non volevo, che fai piangi adesso? Ma no, dai, che cosa ho detto di male… lo sai che ti amo e ti voglio solo aiutare, devi solo credere in me, tutto qua, le cose che ti dico sono solo a fin di bene, innanzitutto per te perché non voglio che tu venga considerata una donna facile, poi per darti dignità e soprattutto per noi… noi, noi, non è una parola magica? Dai, vestiti, basta con la tristezza, asciuga le lacrime e andiamo a prendere un gelato, quello che piace tanto a te e poi non dire che non ti vizio! E a proposito di gelato… ti consiglio di prendere una bella coppetta, evita il cono, non si sa mai, i ‘voyeurs’ sono sempre in agguato!

Vincenza Fava dall'antologia Sono bella ma non è colpa mia, Fusibilia, 2013

giovedì 20 settembre 2012

Sarajevo, mon amour

Sono passati venti anni dalla guerra dei Balcani, vent'anni fa iniziava il massacro della città di Sarajevo...
Così penso ad una bambina stesa sul letto dopo una notte di terrore e dal profondo della sua innocenza e della sua immaginazione sgorga l'inno della pace.

V.F

Sarajevo, mon amour


Stamani mi sono svegliata sui raggi della nuova alba, ho fatto un incubo di mille spari che accerchiavano il dormiveglia della notte stellata, ancorata a quei fremiti che scontrosi rigurgitavano il boato del nulla, un nulla coatto, imprendibile, senza arcobaleni, dopo un temporale di un'estate abrasiva che lentamente scivola e mangia le gialle foglie di alberi spauriti. Di fronte al mio letto sgualcito, una finestra aperta sul silenzio. La mattina non fa commenti, ha il sale sulla lingua e spreme vagiti di lamenti lontani. Disegno con le dita un aquilone e lo faccio volare sulla città morta, un cadavere senza volto che ombreggia i campanili senza tintinnio di angeli imbavagliati che non hanno il coraggio, la sfrenata frenesia di una pace senza perdono. L'aria è asettica e punge i polmoni. Quattro giostre di bambini in fasce spalancano le fauci sui seni indolenziti di madri addormentate nella culla dell'abbandono... indolente tremolio di gambe rannicchiate sugli amorfi selciati delle ferite, guaine di sudore pietrificato, quando il sangue si raggruma e tinge il bianco di una bandiera strappata dal vento. Giocano alla guerra, giocano col dolore, con le tazzine americane di una colazione servita su piatti di estemporanee mitragliatrici, godendo di grida stracciate dall'inferno della rabbia in un crescendo bestiale di pantomime analfabete. Ho paura, ho paura del giorno che zampilla cecchini, ho paura della notte che rimbomba in fuochi d'artificio assassini. Resto qui, a guardare il soffitto e a immaginare il sole sulla città fiorita che corteggia l'anima assetata di mille colori. Resto qui e penso a mia madre curva sul mio vestito nuovo ad attaccare bottoni di felicità. Resto qui, sogno un altro mondo e con gli occhi del paradiso costruisco altalene girovaghe di luce per dipingere mani strette nel girotondo della pace.

 Vincenza Fava  






martedì 5 giugno 2012

Al ladro!

ORE 7.OO: SVEGLIA MATTUTINA, SONNOLENZA IMPERTERRITA

ORE 7.15: CAFFE' E BRIOCHE COL PICCOLO METICCIO CHE MI SCONDINZOLA E GUAISCE DI GIOIA

ORE 7.30: PRIMO COLLEGAMENTO COL MONDO (SILENZIO), COMUNICAZIONE 0

ORE 8.00: FACCENDE DOMESTICHE E PENSIERI TRANSITORI

ORE 9.00: ANCORA NON HO FINITO DI SISTEMARE, IL BAGNO RICHIEDE UN PO' PIU' DI TEMPO, MA PAZIENZA, L'ACQUA MI DA' SEMPRE UNA BELLA SENSAZIONE, L'IMPORTANTE E' LASCIARE ANCORA LA POLVERE AL SUO POSTO, PUO' ATTENDERE ...

ORE 10.00: ESCO COL MIO CANE A FARE LA SPESA, RICARICO CELLULARE E COMPRO LE SIGARETTE (SAREBBE ORA FARNE A MENO MA QUEL TEMPO ANCORA NON ARRIVA?!? O NON VOGLIO CHE ARRIVI?!?)

ORE 10.30: ENTRO NEL NEGOZIO DI FRUTTA E VERDURA EGIZIANO. COMPRO UN ANANAS E UN CHILO DI PESCHE. MI METTO IN CODA PER PAGARE. IL SIGNORE DAVANTI A ME CON LA BUSTA PIENA DI FRUTTA SULLA MANO  SINISTRA PRENDE TRE PESCHE DAL BANCONE SULLA DESTRA E LE METTE IN TASCA.

P.S.
NESSUNO SE NE ACCORGE, SOLO IO RESTO BASITA A GUARDARE, AVREI POTUTO GRIDARE AL LADRO! AL LADRO!, MA TACITAMENTE OSSERVO. IL SIGNORE, PENSO, AVRA' FORSE BISOGNO DI TRE PESCHE GRATIS, NONOSTANTE LA BUSTA PIENA DI FRUTTA E VERDURA (CIRCA 6 EURO DI SPESA)? CALCOLANDO LE TRE PESCHE AVREBBE SPESO 6.50 CIRCA. PER 50 CENTESIMI, SI PUO' FORSE DIVENTARE UN "PO' LADRI" SAPENDO CHE QUALCUNO DIETRO DI NOI AVREBBE POTUTO VEDERE TUTTO? O TUTTI, DICO PROPRIO TUTTI, POTREMMO APPROPRIARCI DI 50 CENTESIMI E FARE UNA BRUTTA FIGURA DINANZI AL PROSSIMO? CAPISCO LA CRISI, CAPISCO CHI HA FAME E RUBA PER QUESTO, MA NON COMPRENDO CHI PUO' SPENDERE 6 EURO E APPROFITTARE DI 50 CENTESIMI ... ECCO, MI DICO, QUESTO E' IL TIPICO ESEMPIO DI ITALIANO MEDIO CHE PENSA DI FARE IL FURBO ALLA BARBA DI CHI GUARDA. E ALLORA, DOVE RISIEDE LA POSSIBILITA' DI CAMBIARE PER UN POPOLO CHE GUARDA IL DITO E NON VEDE LA LUNA?

CONSIDERAZIONI: ONESTA', RISPETTO E DIGNITA' HANNO FORSE UN COSI' ALTO PREZZO DA PAGARE PER POTER VIVERE? NO, SOLO 50 CENTESIMI ... E COSI' SIA, IN ALTO E IN BASSO, MA LA SOSTANZA NON CAMBIA.











domenica 3 giugno 2012

Al faro

Elena le aspettava al faro. La sua corsa solitaria e l'affanno per raggiungere la meta l'aveva spinta ad alzarsi all'alba per poter arrivare in tempo a guardare le scie rosa del cielo aprire il sipario a un sole pacato, ancora assonnato, pigro e senza la solita frenesia di riscaldare il mondo. Così la trovarono seduta e muta sulla scogliera con il vento alle spalle.  Salutò debolmente le amiche con un sorriso stanco, di quelli che maturano in un istante e non vogliono proseguire in inutili parole. Così Giovanna e Laura si sedettero accanto a lei stringendosi appena e sfiorandole le braccia. Aveva freddo e non si era coperta abbastanza per evitare l'umidità e la salsedine mista a gocce di mare.

Esultava la costa al suo sguardo muto, esultava l'onda che si rifrangeva sugli scogli immobili - immobilità senza tempo apparente che di alghe e telline rinnovava la vita - perduti istanti nelle tracce di memorie confinate in un apparente oblio. Ma tutto tornò a riva anche le sillabe del silenzio e sulla sabbia apparirono a tratti i fantasmi della marea.

Elena si volse verso Giovanna e le diede una carezza per sigillare un'amicizia iniziata anni prima sulla battigia durante una festa di compleanno. Le risa e i suoni di un happy birthday stonato in coro di voci stridule le riportarono alla mente la voce di sua madre mentre la invitava a tagliare la prima fetta di torta (una zuppa inglese con panna montata e candeline rosa) ormai imbevuta del suo indice, sotto gli sguardi divertiti dei cugini che proferivano tenere parole onomatopeiche di consolazione infantile. Il flash della polaroid intanto immortalava il bianco e nero della gioia condivisa.

Elena, allora, guardò Laura e le parlò con gli occhi del primo giorno di scuola quando tutto sembrava spaventosamente grande e infinito come una montagna da scalare di cui non vedi la cima ma sai che sta lì ad aspettare te. E quegli occhi sorridenti l'avevano rassicurata per l'intera giornata e per tutte le mattine a venire scandite da ore programmate e sviluppate nell'ascolto di una voce maestra. Ma ad un certo punto la vita mette fine ai programmi scanditi dal tempo, mette fine alle certezze acquisite, ti getta nel caos per poi poter ritrovare un ordine diverso creato dagli eventi che non sempre puoi controllare. Non ci sono più compiti per le vacanze, ci sono doveri da assolvere anche nell'afosa estate che scolora la terra. Ci sono i diritti mai ascoltati e quelli infangati. C'è un bene che si tramuta in male e c'è un male che si tramuta in bene, continuamente, palesemente, senza inutili perdizioni o drammatici conflitti itineranti.
Così le tre donne si abbracciarono creando una catena di affetto silente, permeato dal languido vento marino sotto lo sguardo imponente e impassibile del faro.

Vincenza Fava






giovedì 12 gennaio 2012

Corpo

Si guardava spesso allo specchio: il suo corpo aveva solo quattordici anni, ma la mente già correva al domani, quando avrebbe preso di petto la vita, quando avrebbe trovato qualcuno che, osservandola con desiderio, l'avrebbe portata via da quella piccola stanza, in cui non mancava nulla, ma era diventata ormai il luogo privilegiato dell'amore egoistico. Si vestiva con amore, sempre guardandosi, osservando le curve del corpo acerbo ma già adulto. Risaltavano agli occhi i suoi seni, rotondi e delicati, prosperosi e sensuali. Si truccava, ammiccando allo specchio, provando a sbattere gli occhi pieni di rimmel, agitando la bocca rossa a cuore, per vedere come sarebbero state le sue labbra al primo bacio. E per somigliare alle dive del cinema, cominciava ad ancheggiare mandando baci al suo riflesso. Poi accendeva lo stereo e metteva canzoni da discoteca, musiche anni Ottanta, per mettere in pratica le sue conoscenze ritmiche. Il sabato sera sarebbe andata a ballare e forse avrebbe trovato altri sguardi, oltre al suo, altre conferme del suo essere diventata finalmente una donna. Ma cosa si aspettava dagli occhi altrui? Commenti, apprezzamenti o almeno un saluto umano? In discoteca non esistevano saluti umani, solo ammiccamenti e sguardi vogliosi di ragazzi e uomini che non volevano solo guardare ... e lei aveva paura, tanta paura, ma era più forte la vanità e la ricerca del complimento gratuito. Non c'era fine per questo stato d'animo, era quello che le dava la forza di mostrarsi e poi di ritrarsi immediatamente nel momento in cui ci sarebbe stato un incontro ravvicinato. Non voleva contatti, non voleva parole vere, ma solo apprezzamenti, questo le bastava per restare su un piedistallo e non scendere mai. Così in discoteca arrivava il momento della sua verità: ormai tutti la conoscevano per le sue danze sfrenate. Di solito si formava un bel cerchio (osannando e ricordando una ludica Febbre del sabato sera) e lei lì, al centro dei volti estasiati, unica stella della sala, come un sole che non smette mai di dare luce. Battiti di mani, voci che la incitavano e lei credeva di essere ormai al centro dell'universo ...
Ma con il passare del tempo ed una volta divenuta adulta, avrebbe ricordato con nostalgia e con tenerezza quei momenti di follia spensierata che non sarebbero tornati più, lasciando spazio alla ricerca dei suoi tormenti esistenziali che avrebbero trovato sfogo nelle parole. E allora, la danza del corpo sarebbe diventata la danza del linguaggio con una consapevolezza in più: lo specchio ormai non rifletteva solo labbra rosse, seni prosperosi e occhi da gatta, ma le dava la certezza dell'esistere al di là del suo sguardo. Ormai il suo corpo aveva i segni del tempo e dell'esperienza, i segni degli altri sguardi e delle parole che non dovevano più sfuggirle, ma restare impresse per sempre come un sigillo nella sua anima.

Vincenza Fava

lunedì 2 gennaio 2012

Amore e ... film

La sua vita sembrava aver trovato ormai una dolce giustificazione ai capricci, alle noie esistenziali, ai tormenti emotivi che l'avevano resa e fragile e desiderosa di combattere ogni sforzo per trovare un po' di tranquillità e di pace. Non poteva vivere di calma piatta, quella non era certo un'esistenza da lodare: l'aveva sempre visto nei film sin da quando era piccola che la felicità si raggiungeva nell'avventura e nella soluzione (non sempre, purtroppo, era previsto il lieto fine) di un sintomatico conflitto. E il conflitto che più l'attirava nell'eroina (ovviamente l'identificazione nel personaggio femminile era una ovvia conseguenza), era quello dell'interiorità accompagnato dal dilemma della scelta. Di qui l'errore, la consapevolezza dello sbaglio e infine la gioiosa redenzione nel recuperare uno stato di felicità sporcato dall'insicurezza e dalla paura. E quale tema più caro ad una ragazzina di 12 anni se non l'amore? Ah sì, quella grande parola, usata, ripetuta, rimaneggiata, coronata di baci appassionati e mai smentita dagli occhi  di Lei persi in quelli di Lui. Ma a lei non piacevano i film d'amore semplici e lineari, scontati e senza sofferenza, preferiva quelli romantici e controversi, quelli in cui l'eroina s'innamorava, ma aveva un bel da fare per poter raggiungere il suo sogno, quelli in cui l'ostacolo maggiore non veniva da fuori, da streghe gelose e maligne, ma da dentro, dall'incapacità di accettare la felicità e goderne senza pregiudizi. Dalla paura di essere imprigionata in un sentimento troppo grande che la portasse lontano da sé stessa e dalle sue malinconie. Era la paura di appartenere completamente a qualcuno che la disarmava e che poteva farle notare la sua bellezza, una bellezza interiore che doveva restare nascosta o perlomeno solo sfiorata. Voleva appartenere solo a sé stessa, questa era la verità, temeva di perdere la libertà di sentirsi sola e incompresa, voleva restare un essere selvaggio che non conosceva regole se non la propria unica volontà, senza rendere conto a nessuno dei suoi pensieri, dei suoi desideri e delle sue smanie di vita. Eppure, in una piccola parte del suo cuore, desiderava che qualcuno la convincesse e le dimostrasse il contrario, che era bello appartenere e darsi a qualcuno, perdere quella sorta di simulacro di libertà per ritrovare invece una libertà più grande nella realizzazione di un amore senza fine, quell'amore eterno che cercava, ma che al tempo stesso, aveva paura di trovare. Perché, in fondo, lo sapeva bene che perdersi in un'altra persona, non era uccidere la propria individualità, anzi era il contrario, era fondere la propria personalità con quella dell'altro per trovare e dare un senso alla condivisione dei sentimenti. E l'unica parola che le veniva in mente era rischio, pericolo. E allora, dato che odiava la calma piatta (ma in quella calma piatta si sentiva protetta in realtà), si era detta che dal quel momento in poi non avrebbe esitato ad accogliere il rischio tra le sue braccia, questa volta senza remore o conflitti. Vivere era la parola d'ordine, al diavolo le sterili elucubrazioni mentali ...
Vincenza Fava

domenica 18 dicembre 2011

Wolf

Di giorno e di notte, Wolf cantava, non aspettava la luna piena, ogni istante era colmo di infinite possibilità ed amava coglierle una ad una, non aspettava la notte, non aspettava la neve, non aspettava che arrivasse il mare dal fiume ... lui andava al mare per sorreggersi nelle onde d'avorio che guardavano l'orizzonte. Ed era lì che fissando il volto delle nuvole, poteva far arrivare fin lassù la sua voce, mescolata alla dolce melodia di un vento amico. Eppure Wolf si stancava presto del mare e delle sue onde, ritornava sempre nella foresta perché era lì che era nato ed era lì che voleva annegare di solitudine, morire nel biancore innocente della neve che lentamente, ogni inverno, andava ad abbracciare i rami spogli degli alberi vestendoli di gelida purezza. Lì camminava, ora lentamente, ora velocemente; ogni tanto si voltava indietro a guardare le sue orme sul candido tappeto, ma sapeva ... che dopo poco tempo, non ci sarebbero state più, spazzate via da una improvvisa folata di gioiosi brividi o riempite da un gelido tormento. Così, tornava a guardare avanti, senza voltarsi più indietro se non per spiare gli occhi furtivi di un Dio ammaliato dai suoi passi leggeri.

martedì 13 dicembre 2011

Melodia

Giovanna viveva di pensieri, anche i più sfocati: l'importante era sentire un movimento minimo dentro la testa. Giovanna viveva di sogni, anche i più assurdi: l'importante era avere visioni nuove del già visto. Giovanna cercava un motivo, anche il più semplice: l'importante era spiegare il come e il perché di ciò che vedeva. Eppure quel giorno, non riusciva a pensare, a sognare e a spiegare: era già tutto lì quello che desiderava e percepì sospirando che stava riuscendo a vivere nell'attimo, a vivere in quel preciso istante senza complicazioni di sorta. Entrando in quella casa, aveva subito intravisto un sogno già fatto e ben scolpito nella mente: ricordava il portone, le scale e i mobili e soprattutto ricordava quell'atmosfera familiare che difficilmente avrebbe dimenticato. Un salto nella mente c'era stato, un volo senza ferite, autocommiserazioni o deliri. Era certa di vedere ben oltre l'apparenza. Ma la mente, si sa, se non tenuta a bada, riesce presto ad imporsi sulle sensazioni istintive: chi è questa persona ... cosa vuole da me ... mi sta prendendo in giro, mi farà soffrire? Saprò difendermi? Riuscirò ad uscire illesa? Sì ... perché le ferite tornavano a galla e brucianti come testimonianze di un timbro a fuoco, in falso accordo con il lavorio della mente, s'imponevano sulle emozioni primordiali, sui sogni e sulle visioni. Il dubbio, quella strana sensazione di stare in due posti nello stesso tempo, racimolava forza e la inghiottiva lentamente nel suo vortice fino a farla scomparire. Era abituata a dileguarsi, lo sapeva fare benissimo; bastava tacere, fare silenzio, evitare gli sguardi, non uscire di casa, coccolare il suo cane e addormentarsi nella penombra delle pareti di quella casa con la sua musica preferita. In quel nascondiglio prendeva coraggio e ritrovava la forza di rialzarsi, di pensare nuovamente, di utilizzare piccole ragioni per continuare ad elemosinare la sua vita, a volte insignificante, a volte troppo piena, a volte troppo vuota. Fissava così i mobili intorno a lei, la loro nauseante staticità, l'immobilismo perfetto del non essere. Divisa, sì si sentiva divisa tra l'andare avanti e il fermarsi, tra il parlare e il tacere, tra lo scrutarsi e il non guardarsi. Lo specchio non poteva spiegarle nulla, era solo un riflesso di materia informe. E non si vedeva come gli altri la vedevano, non si riconosceva nelle loro parole e nei loro volti. Solo quel volto che sembrava riportarla alla realtà e quella voce che sembrava venire dal mondo delle visioni, avrebbero fatto tacere le lacrime dell'inconsistente nostalgia. Così appassita di memorie, ricominciava a sognare e solo quando le visioni avevano raggiunto la massima estensione, si rassegnava a vivere e a capire che nonostante la sua natura fosse tra le più difficili da gestire, poteva ancora fare qualcosa, a dispetto del mondo, a dispetto di tutto quello che la circondava, degli oggetti, dei rumori e delle parole senza significato dei media, dei volti senza contorni. Aspettava così la notte per vivere di sogni e il giorno per dimenticare la vita. E solo nella musica ritrovava gli istanti di un perfetto delirio di pace, il ritrovare la passione, il fuoco delle voci interne, la scelta del presente dimenticando il passato. Nella musica scivolava cone in un sonno profondo, si riappropriava della sua vera essenza, quella che non tutti riuscevano a vedere perché stava ben nascosta dentro il cuore, protetta dal logorio e dalle intemperie del Tempo. La musica era la forza del sentire, erano le emozioni vissute e mai dimenticate, erano i gesti lenti dell'abbandono e i gesti veloci della fuga. Ed una melodia restava spesso a lungo nelle sue orecchie quasi a cullare i pensieri che afferravano il momento e poi fuggivano solerti per lasciarla in uno stato di beata complicità con sé stessa. Con sé stessa, per sempre, ovunque ... perché non c'era migliore spazio per appropriarsi della Vita, difenderla ed amarla nel bene e nel male di ogni scelta, nel giusto e nell'errore, per espandere la coscienza di sé a coscienza del mondo intero, consumando le parole nel canto di un inverno da amare.

Vincenza Fava




sabato 10 dicembre 2011

Un bel tema chiamato Amore

Il treno permette sguardi, permette di capire tante cose: riflessioni, osservazioni, una miriade variegata di umanità nella quale finiamo per riconoscerci e conoscere  aspetti presenti e passati della nostra personalità in quella vetrina chiamata mondo. Così mi ritrovo accanto ad una giovane ragazza ventenne, di fronte il fidanzatino, con uno strano sorriso stampato sul volto. Lei non parla, ha gli occhi curvi sulla Settimana Enigmistica, ma si capisce che non sta facendo nulla, legge i cruciverba in modo assente, non scrive risposte, ha la mente da un'altra parte. Lui continua a fissarla, sguardo inebetito e ancora sorridente, come un bambino che ha rubato la cioccolata e sopporta giustamente il castigo della mamma silenziosa che non dà più attenzioni perché è arrabbiata e la sua rabbia sta per esplodere da un momento all'altro. L'aria si fa sempre più tesa. Io chiudo gli occhi, quasi m'addormento quando all'improvviso una specie di grido soffocato mi fa risvegliare dal torpore in cui ero caduta. Lei sta parlando velocemente, è rossa in viso, vorrebbe gridare, ma la mia presenza la disturba e costringe la sua rabbia a restare ingabbiata dentro una voce bassa, perentoria, indiscutibile: "Sei un egoista, lo sapevo io che eri un egoista! Eppure dovevo aspettarmelo da te, no? Mi hai fatto aspettare mezz'ora alla stazione da sola e tu ... tu con la valigia già pronta, preparata innocentemente dalla mammina preoccupata... ti sei pure alzato tardi... lo sapevo che ti piaceva dormire, ma ti piace SOLO dormire, per il resto, io... io potevo pure partire da sola perché tanto a questo punto, non te ne sarebbe fregato un gran che!!!! Ti odio, egoista, egoista, egoista!!!!". Lui non replica e continua a guardare come un pesce dentro l'acquario, sicuramente sta osservando il labiale della ragazza ma non ascolta le parole, l'acqua attenua le onde sonore... E la cosa strana è che quel sorriso inebetito è ancora stampato sulla sua bocca. Abitudine? Consapevolezza? Senso di colpa del bambino cresciuto? Indifferenza? Nuovamente silenzio. Tutto tace. Il silenzio si rompe con un piccolo gesto: lui sfiora le gambe di lei con i suoi piedi per riattivare una comunicazione azzerata dalla rabbia. Vedo la maturità di lui, la fanciullezza sfrontata di lei che a questo punto accenna un sorriso. La principessa si è calmata e ora ha ottenuto l'attenzione ricercata con la maschera della voce autoritaria. E affiorano ricordi nella mia mente. Già so dentro di me che i ragazzi purtroppo non andranno molto lontano, la loro storia è segnata da infantilismo, da prove di vita che non è ancora vita, stanno sperimentando un falso approccio perché dentro sono ancora vuoti, c'è tanto spazio da riempire e lo stanno riempiendo sbagliando, procedono per errori e l'errore è necessario per comprendere. Ora è tutto acqua passata, anzi cominciano a scherzare divertiti e si mettono a giocare a carte: quel gioco diventa ben presto il loro gioco d'amore, di amore e potere... discutono se uno perde e l'altro vince e viceversa. Dopo l'ennesima partita vinta lei, protetta da un sorriso sarcastico, afferma: "Ti ho battuto, caro mio, non mi stupisco, accettalo, lo devi accettare, anzi, sai che ti dico? Sarò io a lasciarti...". E lui, sulla difensiva, con un sorriso amaro: "Eh no! Se qualcuno qui se ne deve andare, quello sono io... no eh... almeno lì fammi vincere!!!". Dentro di me sorrido, mentre memorizzo parole e sguardi. Il mio sorriso è consapevolezza di chi ha vissuto già quelle scene e sa che non è la strada giusta per la felicità e per l'amore. No, ragazzi ... questo non è amore, questo è solo una brutta copia... riguardate bene il compito assegnato. Ve l'avrà detto in passato a scuola l'insegnante che quando si fanno componimenti in classe, bisogna leggere bene il titolo per non andare fuori tema e solo dopo aver letto e riletto un sacco di volte in cerca di eventuali errori, potrete scrivere la bella copia! E... attenzione agli errori di sintassi, sono i più difficili da digerire... ve lo dico io che di errori ne ho fatti tanti, eppure oggi sono riuscita a comporre un bel tema...

Vincenza Fava