Binari storti

Binari storti
Binari storti (LietoColle, 2015)
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domenica 28 febbraio 2016

Io la figa me la sudo, io



Lo stereo sintonizzato su Radio Capital, canzoni d’amore. Sono in macchina e piove, faccio zapping col volante per non schiacciare i rospi sulla provinciale. Chissà cosa gli viene in mente a questi poveri kamikaze: vogliono andare dall’altra parte della strada, quando piove. Parecchi, forse troppi ormai, sono a pancia in su. Magari cercavano un modo veloce per guardare le stelle. Ma le piccole luci, i fari della notte sono nascosti. I nuvoloni neri sono fin troppo incazzati stasera, incazzati neri e fanno i dispetti, anche ai rospi, negandogli l’ultimo sguardo al cielo. Certo che quando il maltempo ci si mette, non guarda in faccia a nessuno. Come quello lì che quando mi scrutò l’ultima volta negli occhi ebbe la sfrontatezza di dire: “Io la figa me la sudo, io” con quel sorriso ebete, di un bambinone innocente ma col peccato d’Adamo stampato vistosamente in fronte. E io in fronte gli ci appiccicherei un bell’adesivo, anzi no, uno striscione, come quelli che vedi volare d’estate sul mare: “Io sono un coglione, io”. Forse il bambinone smetterebbe di fare il coglione e un po’ di palle robuste gli spunterebbero fuori o forse se l’è mangiate da piccolo? Bel dubbio. Ma ci sono arrivata: buona la seconda.  E certo che ci vuole un bel coraggio da rospi a intavolare certi discorsi: chissà forse pure lui voleva andare dall’altra parte della strada o per meglio dire “tradire” in modo leggero, col sorriso in bocca come quando rubi le caramelle della nonna, da piccolo, da nanerottolo, da uomo di strada, da prostituto. “Ci vuole poco sapete? Basta sentirsi bambini intoccabili col soldo in tasca e l’aplomb di chi se la cava sempre, saltando da una figa all’altra, come quando giocavi a campana, da piccolo. Salti l’ostacolo, no?”. Ma quello lì… quello lì, date retta a me, voleva veder le stelle come il sommo poeta, rimirarle, toccarle e magari inzupparci un po’ il biscotto: “C’hanno un rossetto rosso stasera! Con quella bocca a cuore… mmm… che movimento animalesco al fondo pancia!”. Ma si era sbagliato ancora una volta. Doveva semplicemente andare in bagno con la colite spastica che premeva da due giorni.

In fondo, basta così, m’arrendo: cosa gli vuoi dire a chi si suda la figa, mica puoi fargli capire cosa significa sudarsi l’amore… e nemmeno che le stelle non c’hanno il rossetto  e non puoi inzupparci il biscotto perché… perché nella luce ci si bagna solo chi la vede.  

Vincenza Fava

martedì 8 dicembre 2015

Capelli

Io senza capelli
Sono una pagina senza quadretti
Un profumo senza bottiglia
Una porta chiusa senza la maniglia
Biglia senza pista
Un pescatore sprovvisto della sua migliore esca
Don Giovanni senza una tresca
Io senza te uno scettro senza re

Non voglio più chiedere scusa
Se sulla testa porto questa specie di medusa
O foresta
Non è soltanto un segno
Di protesta
Ma è un rifugio per gli insetti
Un nido per gli uccelli
Che si amano tranquilli fra i miei pensieri
e il cielo
Sono la parte di me che
Mi assomiglia di più
Io vivo sempre insieme ai miei capelli.

https://www.youtube.com/watch?v=hOFzH4sQg4A

Vincenza Fava - La ragazza che non sapeva inginocchiarsi



Vorrei proprio vivere come i gigli del campo. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo. 

 

Etty Hillesum, Diario  (Adelphi, 2012, traduzione di Chiara Passanti, Tina Montone)


https://www.youtube.com/watch?v=u_V2KYbOc8Q

 

 

 

giovedì 24 luglio 2014

L'amor che move il sole...

Troppo spesso mi fermo a pensare, "brutta abitudine" l'immobilità dovuta al rimuginare incessante dei ricordi! Sei statica e solo la mente lavora. Ed è così che tra un caffè e l'altro, una sigaretta spenta e un'altra pronta per essere accesa, mi vengono in mente i giorni del Liceo: rivedo i volti dei compagni di scuola, le risate nascoste tra le mani, i compiti fatti e quelli da fare, le orecchie rosse dei maschi durante l'interrogazione, i "cioè" come mantra salvifici dalle parole mancate, i "via, via..." (intercalare ultra-comico di un compagno, forse cacciava i demoni dei vuoti di memoria), quello che balbetta e quella che piange dalla disperazione col vestito a lutto dell'incomprensione eterna per un voto basso forse "immeritato". E poi ci sono io che non vedo l'ora che suoni la campanella per uscire dalla gabbia. Non ho mai avuto un buon rapporto con la scuola, nonostante studiassi e riuscissi a portare a casa bei voti con la beata gratificazione di un: "Brava, ma hai fatto il tuo dovere, niente di straordinario e vedi di continuare così... altrimenti...". Altrimenti che? Mi dicevo... Ma per quanto tempo ancora devo sopportare l'Inferno di quello che s'è perso la dritta via (ma chi cavolo glielo aveva chiesto di perdersi nella selva oscura, senza immaginare che gli anni successivi mi avrebbe fatto rivivere il Purgatorio della noia e poi ad odiare una certa idea di Paradiso), i Promessi Sposi che più che promessi sembravano marionette insipide nei disegni del grande scrittore (ma si comportano proprio come dice lui, eh, cazzo!) soprattutto quando a leggere i brani era l'insegnante con la voce nasale, la pessima dizione e poi si mangiava le parole tanto che eri costretta a rileggerti tutto a casa se volevi capirci qualcosa. Doppia fatica e perdita di tempo. Per fortuna ero dotata di buona memoria da poter rivendere la pappa masticata, un bolo fantastico infarcito di citazioni e false sensazioni, quelle scritte sul libro e che non potevi ignorare se volevi in cambio un sorriso compiaciuto di chi beatamente ingurgitava la tua zuppa appena riscaldata. Suona campanella. Suona. Voglio andare in palestra, voglio andare a ballare, voglio sentire la vita che scorre nei muscoli. Ma che dice il professore di filosofia, nega il detto: "Mens sana in corpore sano"! Non è vero niente afferma perentorio, tutte baggianate. Ma s'è visto, dico io? Una corsetta per due ore al giorno, non gli farebbe mica male... Ha un cocomero pronto per essere spaccato, non ha più un capello e poi... con quella storia degli occhiali! Metti un paio di occhiali neri, metti un paio di occhiali rossi... prova a cambiare, vedrai la realtà diversa. E tutte le volte quel ritornello, così che il compagno del "via, via..." alla fine credeva che avesse veramente un negozio di ottica nel centro di Viterbo. E poi voglio uscire, voglio conoscere la vita, basta con la matematica astratta, mi strazia il cervello. Suona campanella, suona. Eppure... mica ancora lo sapevo che nell'Inferno mi sarei persa anche io, che una certa idea di Purgatorio m'avrebbe salvato dalla disperazione della non-speranza e che il Paradiso era "l'amor che move il sole e l'altre stelle". Così smisi di credere nella forza dei miei muscoli e nei percorsi vari della mia esistenza tra una botta e l'altra, cominciai a scavare con violenza nelle parole. E tutto quel che era scritto, era scritto sulla pelle. Vuoi vedere che il prof di filosofia aveva ragione? Di occhiali ne ho indossati tanti finora. Quelli più utili sono stati per una presunta "miopia" del cuore. A forza di usarli c'ho visto pure troppo bene che mi sono trafitta le pupille. E tutte le parole dei libri sono prepotentemente ritornate alla mente. Per fortuna sono dotata di buona memoria. Ho dimenticato la voce dei professori, mi sono legata mani e piedi con la poesia. Non mi muovo di un centimetro. Sono ferma e immobile, ma tutto viaggia dentro alla velocità della luce.

Vincenza Fava

https://www.youtube.com/watch?v=C-u5WLJ9Yk4

sabato 21 giugno 2014

Terra

Ci sono pagine che non dovrebbero essere mai scritte perché fai violenza a quel bianco, a volte inutile, a volte necessario, che cerchi di proteggere. Eppure sei costretta a guardar dritto nel pensiero, lanciare un missile nel serbatoio della memoria e schizzarlo a tutta velocità con l'inchiostro, nonostante qualcuno ti critichi, nonostante qualcuno ti ricordi continuamente che sei nata per la Terra. Tuttavia, mi accorgo quasi subito di aver commesso un errore a mettere la maiuscola, perché in realtà (in certi casi divento tardiva per legittima difesa) quello che intendeva dire era la terra, quella bassa, quella apparentemente minuscola, quella orizzontale, quella che ti trascina giù con la schiena e ti strappa gocce di sudore. Troppa fantasia, troppo narcisismo, troppo egocentrismo pensare alla grande Madre Terra da cui pensavo di provenire. No. Mi fermo e guardo in basso. E' vero. Confermo. Provengo proprio da lì, dall'humus, dal concime naturale, dalle foglie marcite, dalle radici inzuppate, dai fossi naturali che scavano corridoi nascosti alla luce, dall'argilla manipolata maestosamente da mani etrusche e mi vien voglia di tornarci senza alzare mai più lo sguardo. Così m'immagino: sdraiata, riversa, volto coperto dai capelli, con il cordone ombelicale che raggiunge il centro della terra. Poi ci credi davvero che non puoi più guardare il cielo, si fa troppa fatica, è troppo lontano. Da tempo hai smesso di scrivere lettere d'amore, da tempo sai che bisogna ridersi in faccia, guardarsi e ridersi. Da tempo sai che non sei nata sotto una buona stella e ogni cosa che hai fatto è perduta, anche l'ultima stretta di mano, anche l'ultimo bacio. Continui a dar la caccia alle streghe sul foglio bianco, smaniosa di incontrarti, capro espiatorio di te stessa. Poi ti indigni se ti confondono col mondo intero e il mondo intero ti confonde con nessuno. Spesso pensi che ogni stanchezza avrà fine su un letto bianco, ma tu vuoi farla finita in un campo innevato. Sei testarda, non la smetti di cercare la rosa rossa sulla neve! Da quando sei nata che te la vedi davanti agli occhi, forse perché sei nata in un'alba buia e fredda di dicembre e tuo padre è uscito di casa quando ha saputo che avrebbe cullato un'altra femmina. Le femmine non sono nate per la terra ma per lussi e merletti e per lui era troppo accettare. Forse quella mattina quando se ne è andato a lavorare invece di darti il bacio della sacra accoglienza, ha espresso un desiderio e ti ha voluta legare per sempre alla sua terra impedendoti di raggiungere il cielo. No, proprio non ti garba guardare su, neanche le stelle, nemmeno il sole, forse non ci sono mai stati, non sono mai esistiti. Solo quel giorno, quando sei uscita dall'ospedale e sbagliando ascensore sei arrivata alla camera mortuaria. Hai dovuto attraversare la morte e hai rivisto la luce. Hai messo gli occhiali da sole, troppa grazia di Dio in un tempo così piccolo, non ci eri abituata. E per la prima volta hai dovuto ringraziare il cielo di poter tornare alla terra a raccogliere i fiori.

Vincenza Fava

mercoledì 18 giugno 2014

Acido-aceto

Stasera penso alle varie tipologie umane, in particolare al tipo acido/a. L'essere acido è irritante e corrosivo tipico dell'aceto e dell'acido muriatico. Di qui la famosa domanda rivolta all'isterico di turno: "Ma che hai preso d'aceto?". Ci vado veloce nel leggere, afferrare e ascoltare la personalità acida, di solito non mi fermo, alzo i tacchi e me ne vado. A volte invece m'incaponisco nel restare perché in certi casi la mia digestione è come la ruminazione nei cavalli, avviene prima in bocca e poi nello stomaco. Ho l'impellente e repentina necessità di rispondere col bolo in bocca favellando (tipico di chi porta il mio cognome, è un gerundio dondolante sul baccello ebbro per non dire "sti cazzi") e seguo chissà quale apostasia che mi spinge in quel momento. Mi separo dal buon gusto e dai modi educati tipicamente borghesi di una dame sans merci, la religione c'entra poco (non mi relaziono con niente e nessuno in certi momenti solo con l'indesiderato malcapitato/a), preferisco affidarmi ai verba volant di passaggio. A domanda, risposta, mentre mi faccio una dose di aceto anche io dando la preferenza a quello balsamico su un bel piatto di lattuga romana. Ma non finisco lì, esagero col dessert, cerco di recuperare zuccheri buttati inutilmente nella lotta greco-romana contro gli aggettivi dannosi alla salute. Evito i latticini, getto la feta e m'ingozzo di cioccolato fondente. Vuoi vedere che m'incarto come un Bacio Perugina e vomito frasi d'amore? Tutto è possibile in questo mondo e finché c'è vita c'è speranza, evitando dopo il cioccolato (soffro di colite), chi visse sperando morì... Ad maiora!

Vincenza Fava

sabato 12 ottobre 2013

Elogio del bastardo

Il bastardo non è un basto, un mulo, un somiero, non è nemmeno nato da nozze illegittime, è nato semplicemente per essere bastardo. In questo caso l'etimologia non è poetica e nemmeno sufficiente a spiegare le qualità spaventosamente intrinseche del nostro. Di solito sa parlar bene, ha una grossa lena, la lingua veloce e gli puzza l'alito. Sì, la caratteristica principale e inequivocabilmente scientifica che annovera il bastardo tra le migliori razze disumane è il nauseabondo odore semantico che dalle viscere infuocate fuoriesce in superficie attraverso il pertugio più grande: la bocca. Non usa parole normali, gli piace fare il filosofo e il chierichetto ad un tempo: recita il rosario tutte le mattine. Mentre sta in bagno a pregare (luogo maggiormente consono all'espulsione delle scorie e quindi delle colpe) ogni tanto bestemmia per la sorpresa di essere troppo puro, e, nel cercare faticosamente la carta igienica (vorrebbe pulirsi ma al tempo stesso non vorrebbe, è meglio esser vergini o uomini?) si diverte con gli anatemi ebraici di grande valore esoterico per dimostrare al cielo la sua potenza incompresa. Cerca la pietra filosofale sotto un albero di mele senza guardare in alto per paura che Eva, avvinghiata al serpente, possa tentarlo a colpi di farfalla. Ma il bastardo non si accontenta di cercare la pietra, cerca l'Amore, quello con la A maiuscola, lo cerca per dimostrare ad Eva che soltanto lui sa donare. Eva non ha cuore né anima, è semplicemente nata da una sua costola, deve assecondarlo e credere nelle sue parole, il vero Verbo fatto carne, solo così potrà salvarsi. Il bastardo fa credere ad Eva che la sta aiutando, si compra un megafono e lo urla ai quattro venti. Se Eva un giorno è contrariata, il bastardo fa finta di gettarsi dalla finestra sperando che sia lei finalmente a gettarsi. La notte la scambia per un cuscino, morbido sostituto della tetta che non ha mai poppato e se lei dice, è caldo! Lei è semplicemente una stronza, come tutte le donne del resto, che vuoi farci, non hanno la sua stessa sensibilità ereditata dai giusti. Ogni tanto le fa dei regali per dimostrare la sua generosità e il suo grande Amore, ma poi alla prima risposta indesiderata (la fa scegliere sempre, il libero arbitrio va sempre rispettato, primo comandamento: pulsante A o B? Con i dovuti suggerimenti però lei deve scegliere la risposta giusta, altrimenti s'accendono le sirene antincendio), subentra il ricatto: do ut des, non credi sia meraviglioso questo scambio d'amore alla pari, tesoro? La testa di Eva nel frattempo comincia ad accusare forti dolori articolari, in primis la cervicale: Eva non può parlare, deve evitare A o B, comincia a tacere e l'unica forma di comunicazione può essere il SI' (quando deve essere sì) e il NO (quando deve essere no): e tutto deve essere fatto in modo pulito col solo movimento della scatola cranica incredibilmente addestrata dal domatore con frusta e guanto. C'è sempre una croce Eva, non lo sai? Ieri è toccata a me, il bastardo è nato, oggi tocca a te, dovresti diventare bastarda anche tu. Ma lei, una volta presa la croce, capisce il tranello teso, lascia il bastardo a terra e ritorna sull'albero di mele. Bye bye my love, ciao ciao amore, il serpente è più buono perlomeno mi aiuta a parlare, vuoi la mela o non la vuoi? Bene, vedo che sei indeciso, nel frattempo ti saluto e la mela me la gusto da sola.

Vincenza Fava

domenica 17 marzo 2013

Un amore chiamato Michael Jackson



Era il 1984 quando ascoltai per la prima volta Billie Jean di Michael Jackson, avevo solo dodici anni e credevo ancora nelle favole. Thriller fu il mio primo album acquistato insieme a mia sorella per il nuovo impianto Hi-fi regalatoci dai nostri genitori. Ora potevo ascoltarlo tutte le volte che volevo ad altissimo volume in una stanza grande in cui potevo esercitarmi liberamente a ballare come lui. 



Iniziò allora il mio amore per lo spettacolo e non mi vergogno a scriverlo, anche perché oggi posso benissimo comprendere come nell'adolescenza si possano avere modelli non culturalmente elevati ma che ti danno la parvenza di un certo protagonismo narcisistico adatto all'immaturità che fa e segue la moda, insomma per farla breve fu la mia prima cotta, la mia prima proiezione in un oggetto d’amore  il cui corpo costituiva un’unica melodia ritmica con lo spazio che lo circondava. 



Era il tempo dell’immagine, della creazione di un universo migliore rispetto al mondo reale: così mi affrettai anche a comprare un vestito simile, le scarpe dovevano essere uguali e i capelli, beh sì cercai di renderli il più simili possibile. L’amore per la danza c’era sempre stato sin dalla più tenera età e non fu difficile imparare a memoria le sue coreografie che, alla prima occasione di festa ripresentavo tali e quali, orgogliosa degli applausi e dei complimenti. Tutto doveva ancora avvenire e così sognavo quell'avvenire immaginifico su note disco e frenetici movimenti. La vita era un’avventura senza sosta, uno stupore meccanico del corpo che segue il pulsare del sangue. E pensavo, così, infantilmente, quanto poteva essere felice Michael Jackson che aveva tutto quello che si può desiderare: il successo, il talento e la possibilità di metterlo in mostra. Certo è che nell'adolescenza non puoi ancora capire (perlomeno nel mio caso, fanciulla ovattata e viziata) cos'è veramente la Vita, cosa si nasconde effettivamente dietro il sipario: luci e volume fuori, dolore e angoscia dentro. Così crescendo imparai ad ascoltare altro e a fare confronti, ma nel cuore per lungo tempo ci rimase solo lui. E arrivò il periodo di Bad, il 1987: mi piaceva un po’ meno e cominciai a notare i cambiamenti del suo volto, stentavo a riconoscerlo, non capivo il motivo di questa trasformazione e percepivo anche nella danza qualcosa di eccessivamente meccanico e ripetitivo, come dei tic nervosi incontrollabili … eppure anche questa volta mi lasciai trascinare dai suoi stessi tic, sentivo che erano espressione del tempo, quel tempo che stava scorrendo via velocemente proprio come i suoi passi. E poi lui così bad non ce lo vedevo proprio. 



Dell’album preferivo Smooth criminal così come il video: lì la danza sembrava già qualcosa di veramente virtuale, era la danza nella danza, lo spettacolo travestito da spettacolo. Il vestito era irresistibile e me lo feci uno uguale con cappello abbinato e non era per me come mascolinizzarmi, anzi … forse percepivo in profondità la sua recondita femminilità. 



La forza della sua voce si esplicava solo nella canzone Dirty Diana in cui la chitarra di Slash sottolineava le sue amabili grida. 




Ma ormai erano gli anni della mia crescita intellettuale e spirituale e presto lo riposi in un cassetto, cedendo la seduzione dello spettacolo alla ricerca della mia identità. Continuai a seguirlo, anche se in maniera più distaccata … nonostante tutto era stato il mio primo amore. Ritornò sulla scena nel 1991 con l’album Dangerous una vera delizia per continuare a danzare dopo le ore della palestra. E così con Jam, meno spettacolo e più autentico movimento salutare.



 E intanto, il volto di un Peter Pan senza isola, continuava a cambiare. La canzone Heal the world sembrava cantata da un bambino per i bambini: vi coglievo l’innocenza nella sua voce, niente altro, pura e semplice innocenza ed in seguito quando ci fu lo scandalo della sua presunta pedofilia, tornai ad ascoltare questa canzone e capii benissimo dentro di me che un pedofilo non avrebbe mai potuto cantare in modo così candido ed angelico. La sua voce non mentiva. 




Ed i suoi cambiamenti, anche se diversi, procedevano con i miei: così Michael Jackson rimase nel mio cuore come l’esperienza della gioia genuina della vita in divenire che fa spettacolo di sé stessa, rimase lì nel mio cuore con Earth song una canzone di alcuni anni dopo in cui seppi finalmente cogliere tutta la sua tragedia umana sotto il velo spesso dell’apparenza, delle luci e degli applausi. 




Caro Michael Jackson, ora ti vedo in un altro modo perché l’esperienza e la vita mi hanno portato lontano dal mondo sognato, ma ora posso capirti meglio di allora, posso cogliere dietro il fasto la tua tragedia umana ed esistenziale e so che la sofferenza di tutta la terra era ferocemente dentro di te e ha fatto di te un semplice uomo, ultimo tra gli ultimi, ma primo nel paradiso del dolore.

Vincenza Fava

mercoledì 5 dicembre 2012

My Little Italy


"Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce". 

(L.F. Céline)


Stamani la strada era bianca, densa, emulsionata a candide gocce edulcorate dal grigio di quella cenere che stancamente si posa sul viaggio del ritorno, quando ti attende un pasto caldo tra le mormoranti voci di un presente assente. Stamani la strada era nuova, abbracciata dal freddo, dipinta dagli ombrelli colorati dei ragazzi che non erano andati a scuola, pervasi da una speranza nuova aggrappata al sodalizio dell'età. E quegli occhi ancora parlano di speranze come i gesti istintivi che simulano i sorrisi del corpo, quando tutto risuona, anche l'eco del domani. My Little Italy I love you, my Little Italy don't forget me e ... come già si sa, il ricordo trasforma i volti e le sembianze perché tu, quella speranza non la doni, la esigi senza restituzione, senza contraccambiare il bacio vellutato della poesia. Ancora ci attende un pasto caldo, lenzuola profumate di fresco e notti da bere, ed io, ancora esisto di fronte allo specchio, ogni mattina e forse dovrei ringraziare il Signore degli anelli, dagli Elfi del mondo incantato al buon Frodo che rincorre un rudere d'oro, che mi fanno ingurgitare pozioni giornaliere di fantasia. O forse dovrei ringraziare le dosi di una pubblicità perbenista e borghese che m'allieta di canti natalizi la memoria di un Natale condiviso tra panettoni e torroni, tovaglie e lustrini, alberi e presepi senza il filo dell'amore, l'unico collante che potrebbe risanare le scuciture improvvise di una crisi che coinvolge anima e corpo, pensiero e parola.

Ed io che sono donna non mi racconto come donna, raccontare di donne non è facile, parlare dell’essere donna oggi ancora più difficile. Stalker e mobbing,  ricatti e vendite di nude proprietà continuano a imperversare nel tessuto imprenditoriale di stampo familiare che è divenuto il ghetto di un falso progressismo, metamorfosi involuta di una borghesia senza più mezze misure in cui il Padrone di turno regge pur sempre le fila delle sue splendide marionette. Non è più l’epoca della rivendicazione dei diritti dell’operaio sfruttato per 12 ore di seguito e sottopagato, è l’epoca della rivendicazione dei diritti universali, del diritto allo studio e al lavoro, ad una casa ormai inaccessibile alla maggior parte della popolazione se non vendendo il tempo di una vita alle banche padrone di un debito eterno inestinguibile, ad un tasso di estrema dis-umanizzazione.  Siamo tutti prede del sistema, siamo pesci in bocca ai pescecani, ovunque andiamo abbocchiamo all’amo per non annegare e sperare di rivedere la superficie infarciti di serate in discoteca, pizze e arancini, happy-hour matematicamente proporzionati ad un etto di felicità, concerti esplosivi e cine-panettoni senza stelle di Natale. Tuttavia, la morte che si prospetta è molto più lenta ed agonizzante perché riguarda lo spirito di una libertà offesa e mutilata: l’amo trascina e non si ferma, non ti permette più di nuotare, di qui il passo è breve per arrivare ad una falsa cultura che fa da specchio alla menzogna dell’anima. I compromessi sono molti, troppi e affaticano lo spirito, indeboliscono la volontà e annullano il giusto divario che dovrebbe esistere tra il Bene e il Male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato mentre si persegue ormai l’ottica dell’egoismo e dell’arrivismo senza limiti, come dire “Oggi tocca a me, io sto bene, ho un lavoro, una bella casa e una bella famiglia, chi me lo fa fare a protestare, denunciare, a smascherare, a oppormi … tanto non serve a nulla, devo preservarmi e preservare i miei affetti”. Ebbene questa bella frase viene pronunciata ogni giorno da milioni di Italiani, My Little Italy, dal poliziotto che massacra un ragazzino, dal dentista che spera ogni giorno in carie sempre più marcate, dal critico letterario che osanna il vincitore del concorso di turno, dal medico che cura un’eventuale psiche offesa e ricambia con la prescrizione di farmaci-droga. E così, s’ingurgitano pillole perché la depressione è ormai incurabile non sapendo che s’ingurgitano confetti di impotenza e rassegnazione. La grande epoca della depressione, della mancanza di volontà opposta alla frenesia dell’avere e dell’apparire. Comunque un binario ormai distorto, in ambedue i casi manca il paletto fermo del termine Umano, donna o uomo che sia. E qui cade anche l’Uomo, cade nella sua incapacità di confrontarsi a 360°, cade perché non conosce il divenire e si adegua fermandosi alla femminilizzazione estetica della Forma. Così i ruoli si confondono e tutto scivola paradossalmente nel magma dell’a-morfismo, senza più tracce di una autentica realizzazione interiore. Per di più ci si getta “anima” e corpo alla ricerca della vera essenza, adottando nuove religioni e pratiche orientali di stampo new-age per rilassare la mente e scovare quel Terzo occhio indisciplinato che non se la sente di uscire allo scoperto perché finirebbe senza se e senza ma nel calderone del Nulla, nella fusione indistinta dell’impotenza architettonica dell’agire. Il termine “umano” è poi così demodé?

Stamani la strada era bianca, non vuota, My Little Italy, e posso ancora dirti I'm feeling good ...

Vincenza Fava


mercoledì 31 ottobre 2012

Apologia del cane



Sono cinica perché mi difendo dal pregiudizio e dalla noncuranza all'elezione asimmetrica del sentimento, sono il "cane" da Diogene ereditato, vago sciolta con la lanterna in mano, a cercare la piccola luce fioca di un sentire perso nelle chiacchiere di un provincialismo falsamente asessuato. Tuttavia, mi giro intorno e il sesso è ovunque, nelle pseudo-famiglie vendute al formalismo, nelle voci virtuali di chi la libertà se la prende solo dietro una maschera di pixel, nelle facce inorridite di chi crede di guardare in alto, ma osserva solo il dito e non vede la luna. Sono il cane che fedelmente scodinzola a sé stesso perché ha imparato a riconoscere il padrone e in quella voce sa di trovare un piatto caldo per l'anima ... fuori le magagne, fuori le stronzate, fuori chi scopa e vede soltanto gli altri scopare. No, non auto-censuratevi, non vi conviene, perché gli occhi la dicon più delle parole. E l'esperienza insegna in questo Belpaese che maltratta le speranze e la lucidità onnivora di chi ama sognare. Fuori il bigottismo e l'ottusa reminiscenza di una borghesia fascista. Fuori il comunismo, solo Gesù Cristo ne era degno portavoce. Fuori le oche dal Campidoglio, non serve gridare, il lupo già vi ha fatto prede sconsiderate. Non chiedetemi di amare, qui non esiste l'amore se chi ha fatto giuramento a Ippocrate continua a prescrivere medicine letali, se chi cerca il prossimo per l'egoismo del momento sputa in faccia alla compassione, se chi cerca la sottomissione per un fottuto stipendio vende l'anima al tradimento del fratello. No, non chiedetemi di amare questo mondo, sono il cane che ama sé stesso e il mio latrato morderà solo le parole, quelle stupide parole che saranno pane per vivere il mio domani. Professo l'elegante accorgimento dell'indifferenza, il dadaismo del futuro e balbetto sintagmi slegati da logiche opportuniste ed evito di chinarmi, c'è sempre qualcuno che amando il tuo fondoschiena, non esiterebbe a violentare l'ultima essenza delle tue nascoste oscurità.

Vincenza Fava

martedì 9 ottobre 2012

Nel sottosuolo dell'inverno

Resto sola nella voce della notte, mi nutrono carezze di musiche. Ogni nota è fiore della tua bocca,
è un cuscino di addormentati sapori. Saprò concedere letizia alle ore del futuro, quando suonerà una danza da cantare con suono perfetto laddove perfezione è morte e rinascita all'altrove? Saprò contare sulle dita del giorno le parole addolcite dallo sguardo, quando la luna cadrà nel pozzo dei desideri e bacerà le tue sospirate mani nell'autunno del tempo? E' la fretta del percorso che annulla il traguardo, è la pazienza del tempo che fortifica l'emozione di ritrovarci insieme nella sosta del vento, tra una discesa ed una salita a sferzare colpi alla sorte di chi ha solo un cuore per parlare ed una voce per sognare. Vieni vicino ...  qui in questo mondo siamo tutti minuscole stelle ferite dagli astri senza memoria perché non perderemo mai il rosso della passione che riflette la luce di un sole che non brucia, ma riscalda le anime di chi spende la vita nel coraggio di andare avanti senza ferire inutilmente il domani, apprezzando il tenue dondolio del presente che oscilla tra luci ed ombre, nel sottosuolo dell'inverno.

Vincenza Fava
Foto di Stanley Kubrick

giovedì 20 settembre 2012

Sarajevo, mon amour

Sono passati venti anni dalla guerra dei Balcani, vent'anni fa iniziava il massacro della città di Sarajevo...
Così penso ad una bambina stesa sul letto dopo una notte di terrore e dal profondo della sua innocenza e della sua immaginazione sgorga l'inno della pace.

V.F

Sarajevo, mon amour


Stamani mi sono svegliata sui raggi della nuova alba, ho fatto un incubo di mille spari che accerchiavano il dormiveglia della notte stellata, ancorata a quei fremiti che scontrosi rigurgitavano il boato del nulla, un nulla coatto, imprendibile, senza arcobaleni, dopo un temporale di un'estate abrasiva che lentamente scivola e mangia le gialle foglie di alberi spauriti. Di fronte al mio letto sgualcito, una finestra aperta sul silenzio. La mattina non fa commenti, ha il sale sulla lingua e spreme vagiti di lamenti lontani. Disegno con le dita un aquilone e lo faccio volare sulla città morta, un cadavere senza volto che ombreggia i campanili senza tintinnio di angeli imbavagliati che non hanno il coraggio, la sfrenata frenesia di una pace senza perdono. L'aria è asettica e punge i polmoni. Quattro giostre di bambini in fasce spalancano le fauci sui seni indolenziti di madri addormentate nella culla dell'abbandono... indolente tremolio di gambe rannicchiate sugli amorfi selciati delle ferite, guaine di sudore pietrificato, quando il sangue si raggruma e tinge il bianco di una bandiera strappata dal vento. Giocano alla guerra, giocano col dolore, con le tazzine americane di una colazione servita su piatti di estemporanee mitragliatrici, godendo di grida stracciate dall'inferno della rabbia in un crescendo bestiale di pantomime analfabete. Ho paura, ho paura del giorno che zampilla cecchini, ho paura della notte che rimbomba in fuochi d'artificio assassini. Resto qui, a guardare il soffitto e a immaginare il sole sulla città fiorita che corteggia l'anima assetata di mille colori. Resto qui e penso a mia madre curva sul mio vestito nuovo ad attaccare bottoni di felicità. Resto qui, sogno un altro mondo e con gli occhi del paradiso costruisco altalene girovaghe di luce per dipingere mani strette nel girotondo della pace.

 Vincenza Fava